Sono passati 26 anni da quando, per la prima volta, ci trovammo con l’India negli occhi.
Eravamo andati “sulle orme di Grotowski e di Barba” a ritrovare una parte di origini dell’antropologia teatrale.

Eravamo andati, assieme ad alcuni attori o aspiranti tali, alla scuola di Abani Biswas colui che aveva portato la tradizione indiana fin dentro il cuore della Polonia di Jerzy Grotowski per costruire, assieme ad altri artisti di altre culture, quegli alfabeti teatrali che erano alla base della gestualità, e dei movimenti drammaturgici del teatro di ogni dove.

Il progetto si chiamava Il Teatro delle Sorgenti e, una volta tornato in India, Abani, aveva cominciato a diffonderlo e ancora oggi non ha smesso.

Fu così che in quel dicembre del 1990, mentre a Roma diluviava, le campagne fra Calcutta (Kolkata) e Shantiniketan accolsero la nostra meraviglia.
I primi che vedemmo, ammassati contro le transenne dell’aeroporto, furono dei giovani che indossavano una lunga tunica arancione. Erano i Baul, menestrelli erranti, guidati da un maestro più anziano che ci avrebbe fatto conoscere un canto ed una musica davvero inaspettati.

Furono continue sveglia all’alba sugli accordi di tamburi e harmonium che viaggiavano con gli uccelli del mattino, furono preghiere della sera, furono feste, gite, visite a santuari. Sempre con loro, i “malati di vento”, che ci davano soprannomi che ancora portiamo nel cuore: Sadhu, Tupan, Aroti, Shanti

In questo rincorrersi di lustri e di anni e di giorni la musica Baul è sempre stata con noi anche se a volte l’abbiamo dimenticata. Qualche volta -passata l’emozione di una terra straordinaria- ci è parsa anche difficile o monotona, siamo arrivati a pensare che non avesse più molto da dire mentre la moda della musica etnica finiva pian piano… Eppure nella sua struttura armonica circolare la musica dei Baul torna, discende, scompare, risale e risplende. Come una ruota.
E quando, come questa volta, a distanza di anni ti ritrovi nel nero di un teatro, illuminato da strumenti e colori ti cattura di nuovo. Un nodo fra lo stomaco e il cuore che ti parla di bellezza e della tua anima.

Inarrestabile, densa di significati che non conoscerai mai, ma che ti porterà sempre nuovi frammenti di consapevolezza, di offerta, di cuore.

Nel concerto dedicato a Rabindranath Tagore, fra le musiche composte dallo stesso scrittore, troviamo anche dei canti Baul, anche perchè, nel 20° secolo, fu proprio Tagore, con il suo grande amore per la bellezza e la verità, a riscoprire le canzoni Baul restituendo loro –ed ai loro interpreti- il giusto posto nella cultura indiana.

I Baul in origine (e molto spesso ancora oggi) erano cantori nomadi che vivevano di quel che veniva loro offerto in cambio dei canti e della musica. La filosofia di vita che li guida, però, è estremamente complessa e rivoluzionaria per un paese come l’India che, nonostante l’evoluzione degli ultimi decenni, mantiene la sua struttura tradizionalista . Questi cantori, infatti, da sempre possono essere sia uomini sia donne, anche se devoti non riconoscono alcuna norma, né casta, né scrittura, né luogo sacro ed accettano nella loro comunità persone di qualsiasi religione.

Loro stessi si dividono in induisti e musulmani (fokir) ma è normale che un Baul induista abbia un guru musulmano, oppure che un Baul muslmano canti canzoni provenienti dalla tradizione induista o cristiana.

La filosofia Baul si esprime prevalentemente attraverso le musiche ed i canti che hanno origini diverse: fra i più antichi ispiratori di canti Baul troviamo il poeta medievale Joy Deb, autore del Gitagovinda, il testo che racconta dell’amore segreto fra il dio Krishna e la pastorella Radha.

Nel cantare questa storia i Baul si identificano con la splendida Radha che rappresenta la ricerca e la realizzazione del vero amore e dell’unione con il divino. I Baul, infatti, credono nel culto di Maner Manus (letteralmente l’uomo del cuore), ovvero nella fioritura del proprio sé interiore: il divino, dunque, si trova all’interno dell’uomo stesso; il corpo è il suo tempio e anche il mezzo per raggiungere la perfezione diventando un solo essere con il supremo.

Un altro poeta che ha influenzato le canzoni Baul è stato Rama Prasad Sen (18° secolo) le cui semplici liriche, comprensibili descrizioni dell’uomo comune, dei suoi difetti e delle sue debolezze, hanno dato una nuova direzione alla musica Baul, ed i canti che ne sono derivati hanno catturato l’immaginazione del popolo bengalese.

La musica, il canto

I Baul vivono, meditano, dormono e muoiono nei loro canti, nella loro musica, nella loro danza.
Le canzoni Baul hanno due aspetti differenti: da un lato un tono speciale ed un particolare modo di presentazione, dall’altro un valore letterario e lirico.

Il tema centrale delle loro composizioni ha carattere devozionale ed un andamento che può essere sintetizzato in tre tipologie:

  1. la meta da raggiungere
  2. le difficoltà che si incontrano sul sentiero spirituale
  3. i suggerimenti per superare queste difficoltà.

Componendo su identiche tematiche, gli autori Baul sembrano voler focalizzare uno stesso orizzonte, anche se poi è quasi sempre la vita personale di ogni Baul a riflettersi nei canti. È infatti molto facile ascoltare due Baul cantare la stessa canzone in modo totalmente differente, eppure sia i cantanti, sia gli ascoltatori, si riconoscono attraverso la musica che racchiude in sé quelle idee e quegli insegnamenti che dovranno essere recepiti.

Questo tipo di comunicazione, che esiste solamente in questi canti, è completamente assente nelle altre tradizioni musicali indiane. Nella musica classica, ad esempio, c’è una relazione armoniosa fra i tempi, i toni particolari, i ritmi ed i raga. I canti Baul, invece, non sono altrettanto legati ad uno schema e possono essere cantati in ogni tempo (momento) e in ogni luogo.

Le musiche Baul sono spesso cantate secondo la disposizione musicale dei raga classici o sul tono del kirtan, ed accompagnate da strumenti etnici come l’ektara ad una sola corda (generalmente costruita con una zucca dalla quale parte un’impugnatura di legno) che serve come bordone, la ananda lahari (letteralmente onda della felicità) che è un tamburo a pizzico con due corde che vengono fatte vibrare con una sorta di plettro, il sarindi (simile ad un mandolino), il madal e gli altri tamburi tradizionali, ed il duggi, un piccolo tamburo rotondo che serve per scandire il ritmo.

Quando cantano i Baul induisti indossano una veste color zafferano oppure bianca,mentre i fokir usano portare una veste fatta di pezze multicolori: i lunghi capelli sono sciolti oppure nascosti in un turbante dello stesso colore del vestito; sulla fronte un segno simbolico tracciato con la pasta di sandalo.

Con una mano suonano il duggi econ l’altra puntano la ektara contro il cielo segno dell’estasi che proviene dall’essere uno solo con Dio. Alle caviglie annodano un grappolo di campanellini che, con il loro tintinnio, seguono i movimenti della danza che accompagna il canto di ogni Baul.

Apparentemente semplici ed improvvisati, i passi di questa danza sono in realtà complessi: la posizione di base è simile a quella del kathakali, mentre la rotazione delle anche ricorda la danza kathak, ma su tutto predomina l’influenza che i Sufi hanno avuto nei secoli passati sulla comunità Baul e che si manifesta nei vorticosi giri su se stessi simili alle piroette che portano i Dervisci all’estasi ed alla trance.

La donna Baul

Le donne Baul spesso cantano e danzano accompagnate dal semplice suono dei cimbalio di un tamburello che mette in risalto la purezza della voce.
Nomadi per vocazione e per scelta queste donne rappresentano una vera e propria eccezione nel sistema sociale indiano; esse, infatti, possono sposarsi più volte; spesso vivono sole nel villaggio dove sono ammirate e stimate; in moltissimi casi decidono di avere una piccola famiglia poichè il loro lavoro ha bisogno di una mobilità chetroppi figli non permetterebbe.

Nella filosofia Baul la donna riveste un ruolo importante: è lei che permette di scoprire la verità attraverso la conoscenza dei misteri del corpo e delle relazioni fra uomo e donna. Il corpo della donna è, per i Baul, la base della meditazione, della creazione e dell’ispirazione.

Il ruolo sociale

I Baul, sia uomini che donne, sono i consiglieri della popolazione del villaggio che si rivolge loro per raccontare i propri problemi. Spesso alle domande i Baul rispondono con i canti che, di volta in volta, parlano di integrazione nazionale, della futilità del sistema delle caste e dei rituali, del valore della disciplina mentale; oppure predicano gli insegnamenti spirituali indagando sulla natura di Dio e proponendo la questione della relazione dello spirito con i sensi.
Nelle loro canzoni, infatti, i Baul –criticando le maggiori incongruenze della vita ed inviando un ininterrotto messaggio di amore e di simpatia verso il genere umano- si sono da sempre proposti come mediatori nei contrasti tra i vari gruppi religiosi e di casta, con un’azione che non ha eguali nella storia della lotta di classe.

I Baul sono fatalisti nel loro approccio alla vita, credono nel destino ed hanno un profonda perspicacia per la psiche umana tanto che spesso i loro canti sono come un balsamo capace di alleviare le pene ed i dolori.

La danza Indiana racchiude in sé il teatro ed il sacro: attraverso i suoi gesti (mudra) racconta le azioni e i comportamenti degli esseri umani, gli stati d’animo (rasa), le passioni dell’anima. È un’arte che esplora i sentimenti (bava), e dona il piacere della bellezza pura.

Fra le sette danze classiche dell’India (il Bharata Natyam, la più antica, il Kathak nel quale affondano le origini del flamenco spagnolo, la danza Manipuri, il Kathakali, potente e mascolina: una danza dove anche il ruolo femminile era impersonato da uomini, la danza Mohini Attam, femminile e vicina al misticismo della madre terra, il Kuchipudi), la danza Odissi, sinuosa e sensuale, affonda le sue origini nelle danze rituali eseguite nei templi dell’antica India del nord.

Odissi significa “dell’Orissa” ovvero dello Stato dell’Orissa, nell’India nord-orientale, culla di una cultura attraversata da più correnti religiose, nei cui luoghi di culto si è sviluppato questo stile di danza già dal II secolo a.C., come è possibile vedere nelle grotte jaina di Udayagiri o nel nel santuario buddhista di Ratnagiri.

Una danza che è stata espressione sacra per moltissimi secoli fino all’arrivo degli Inglesi che, nel corso del XIX secolo imposero un nuovo senso della civiltà e del pudore, a causa del quale le danze dell’India divennero ovunque  sinonimo di degenerazione morale poiché la loro pratica era considerata una forma di prostituzione.

Fu così che per tutto l’Ottocento, la danza, in India, viene dimenticata e i danzatori quasi scompaiono.

È solo nei primi due decenni del ‘900 che, grazie all’intervento del movimento riformatore, si torna a parlare di danza.Non a caso la forma in cui viene attualmente rappresentata la danza Odissi è il prodotto di una rinascita degli anni ‘20. Studiosi e appassionati di danza, infatti, hanno studiato sugli antichi manoscritti, approfondito le ricerche sui dipinti e sulle poesie ma, soprattutto hanno “letto” le sculture dei templi, vere e proprie “mappe” della gestualità e dei movimenti della danza, confrontandole con le coreografie dei pochi artisti esistenti, al fine di far rinascere l’Odissi come stile di danza classica unica, e fortemente teatrale. Nel corso degli anni, infatti, la danza Odissi è diventata uno degli stili classici fra i più popolari ed amati.

Come le altre forme di danza classica indiana, anche l’Odissi si basa su due importanti aspetti: Nritta, la danza non-rappresentativa i cui movimenti creano motivi più ornamentali che narrativi e Abhinaya, ovvero la mimica stilizzata nella quale i gesti e le espressioni facciali sono simbolicamente utilizzati per interpretare una storia o un tema il più delle volte sacro o d’amore..

Le divine storie d’amore di Radha e del Dio Krishna sono fra i temi preferiti, tanto che uno spettacolo classico di danza Odissi contiene sicuramente uno o due Ashtapadis (poema di otto distici) dal Gita Govinda di Jayadeva, che descrive, attraverso una appassionata poesia sanscrita, la complessa relazione tra Radha e il suo Signore.

La tecnica dell’Odissi propone l’uso ripetuto del tribhangi, ovvero la postura del corpo che piega il corpo in tre punti opposti fra loro, come a  di tre volte deviato postura, in cui il corpo è piegato in tre punti, come in una sorta di spirale. Questa posizione e lo spostamento caratteristico del busto da un lato all’altro, fa dell’Odissi uno stile difficile da eseguire. Non a caso i migliori danzatori riempiono le coreografie di grazia fluida che dà alla danza una qualità lirica molto attraente.

 

 

È il titolo dello spettacolo in programma martedì 17 maggio, un’immersione in una delle danze più espressive fra quelle dell’India classica, grazie ad Ileana Citaristi, un’artista da sempre immersa fra le due culture: quella italiana delle sue origini e quella indiana nella quale si è immersa grazie alla danza.

Nella pallavi o fioritura primaverile, ritmo melodia e danza sbocciano lentamente rivelando petalo dopo petalo la fragranza e l’intima coesione che li armonizza. Nelle abhinaya o brani di mimo danzato è il racconto che predomina e che si lascia narrare attraverso l’espressività del linguaggio corporeo della danzatrice. Ogni minimo gesto è finalizzato a trasmettere al di la della semplice narrazione il rasa o componente emotivo sublimale  che lo spettatore  ricettivo e in grado di gustare.

Nella danza Odissi si alternano e si fondono elementi di grazia e lirismo ad elementi di forte potenzialità emotiva,  componenti  femminili e maschili si completano  e si arricchiscono a vicenda offrendo  un’immagine completa della natura umana. Dagli intimi  recinti dei templi la danza si è aperta al grande pubblico arricchendosi di nuove dimensioni e contenuti pur mantenendosi fortemente radicata nella tradizione culturale della regione da cui proviene.

Ileana Citaristi è danzatrice riconosciuta in India come  una autorità nel campo dei due stili di danza Odissi e Chhau, ambedue provenienti dalla regione dell’Odisha, dove lei risiede dal 1979. Alla scuola Art Vision, da lei fondata a Bhubaneswar nel 1996, si sono formati innumerevoli studenti sia Indiani che stranieri molti dei quali sono oggi acclamati ballerini professionisti. Oltre ad essere riconosciuta come ballerina, maestra e coreografa, Ileana è anche stimata come autrice di tre libri, The Making of a Guru sulla vita del suo maestro Kelucharan Mohapatra, Traditional Martial Practices in Odisha sulle tradizioni di arte marziali della regione dell’Odisha e My journey, a tale of two births la sua autobiografia. Ileana ha ricevuto onoreficenze a livello sia nazionale che internazionale tra cui il National Award for Best Choreography nel 1996, Order of Star of Italian Solidarity nel 2009 e il Padmasri Award nel 2006.

È il concerto in programma il 16 maggio prossimo,con il gruppo Shurer Pakhy, un gruppo di artisti indiani Kalipada Adhikary, Kazi Md Zakaria e Hasan Rakibul che vivono nella nostra città;  letture di Ivan Cozzi

Rabintranath Tagore, poeta, prosatore, drammaturgo, musicista e filosofo indiano, nacque a Calcutta nel 1861 e morì a Shanti Niketan, Bolpur nel 1941.

Profondo conoscitore della lingua inglese, fu il poeta della nuova India, moderna e indipendente, per la quale lottò non solo con le sue opere e con le sue iniziative di carattere sociale, ma anche con il suo fiero comportamento politico.

Lo spettacolo è incentrato su letture di poesia d’amore orientale che esprime il sentimento d’amore diversamente da quella occidentale. È infatti pervasa di leggerezza, di distacco dalla soggettività, di ritualità ripetuta ed evoca i vari momenti della vita nella visione spirituale che fonde sacro e profano, spirito e carne, Dio e uomo.

A queste si uniscono i canti dei cantori mistici Baul che, nonostante venissero considerati semplici mendicanti, grazie a Tagore, trovarono uno spazio importante nella cultura bengalese e furono conosciuti nel mondo. Il pensiero e le poesie di Tagore furono influenzate dalle canzoni dei Baul e dal loro stile di vita, di uomini incontaminati che sanno vedere in modo chiaro e profondo.

KALIPADA ADHIKARY (Pakhy Das Baul) – percussione e canto

è nato in India (West Bengal) da una famiglia di musicisti. Fin da piccolo ha iniziato a suonare lo Sri Khol (tamburo a due membrane) con il padre, maestro di percussioni. Nel corso degli anni ha perfezionato la tecnica musicale studiando con altri maestri strumenti a percussione della musica classica e popolare indiana (Mridangam, Tabla, Duggi, Dhol, Madol) e canto.

Nel 1989 è stato invitato in Italia da Abani Biswas nell’ambito del Progetto Source’s Research Indian Performative Arts al quale ha partecipato per più di venti anni come componente del gruppo di artisti indiani Mìlon Mèla.

In Italia, Francia, Portogallo, Svizzera, Venezuela e Messico ha presentato concerti di musica Baul (musica Folk indiana) e condotto seminari di strumenti a percussione e canto. Ha collaborato alla realizzazione di laboratori multidisciplinari diretti agli studenti dell’Università La Sapienza di Roma, del DAMS di Bologna e di laboratori di musicoterapia nelle scuole e nei Centri di Igiene Mentale. Collabora con diversi musicisti e gruppi di musica folk europei, e ha partecipato all’edizione del CD “Poeti arabi di Sicilia” del gruppo Milagro Acustico Ensemble.

KAZI MD ZAKARIA – armonium e canto

È nato nel Bengala orientale (Bangladesh) nel 1964 ha frequentato la Hazi Akram Uddin High School specializzandosi in “Rabindra Sangeet” – canzoni scritte e composte dal poeta Rabindrahath Tagore. Questi canti si caratterizzano per la loro interpretazione che contiene una notevole quantità di tecniche di abbellimento utilizzate sia nella musica vocale sia nella musica strumentale.

Ha collaborato in Bangladesh per alcune trasmissione della Radio e Televisione nazionale. Trasferitosi in Italia è ora coordinatore della Bisaw Sangeet Kendro di Roma.

Hasan Rakibul – cembali e armonium

È nato nel Bengala orientale (Bangladesh) da una famiglia musulmana, nel suo paese di origine ha studiato fin da piccolo tecniche vocali e strumenti a tastiera. Da pochi anni ha dovuto lasciare la propria case e trasferirsi in Italia dove continua a coltivare la sua passione per la musica e il canto.

 

Dal 16 al 17 maggio presentiamo al Teatro Tordinona (Via degli Acquasparta, 16 – Roma), con il patrocinio dell’Ambasciata dell’India e del Municipio RomaI, Paesaggi Indiani 2016, una breve rassegna di musica, danza e tradizioni del subcontinente indiano che ci darà modo di attraversare un po’ di India con le sue tradizioni e scoprire attorno a noi una nuova società che si integra giorno dopo giorno regalandoci nuovi punti di vista e nuovi saperi.

Dal 16 al 17 maggio presentiamo al Teatro Tordinona (Via degli Acquasparta, 16 – Roma), con il patrocinio dell’Ambasciata dell’India e del Municipio RomaI, Paesaggi Indiani 2016, una breve rassegna di musica, danza e tradizioni del subcontinente indiano che ci darà modo di attraversare un po’ di India con le sue tradizioni e scoprire attorno a noi una nuova società che si integra giorno dopo giorno regalandoci nuovi punti di vista e nuovi saperi.

Dal 1990 The Way to the Indies – Argillateatri  non ha mai smesso di approfondire l’esperienza di conoscere e valorizzare la cultura dell’India. India, un nome magico, un luogo fantastico, una zona dell’anima, lo specchio del nostro immaginario.

Per molti anni abbiamo curato rassegne, ospitato le compagnie che l’ICCR (Istituto di Cultura Indiano) inviava nei teatri d’Europa, organizzato mostre e festival, proposto laboratori, accompagnato intere squadre di Kalaripayattu a partecipare a trasmissioni televisive…

Abbiamo creato legami e scambi con tutte le forme di cultura indiana che, man mano si sono inserite nel tessuto della nostra città; abbiamo lavorato con artisti provenienti dall’India e con artisti italiani che da anni studiano e lavorano in India riuscendo così a contribuire alla conservazione ed alla diffusione di questa straordinaria tradizione culturale.

In programma il concerto-spettacolo dedicato a Rabindranath Tagore che rappresenta l’incontro con un gruppo di artisti indiani Kalipada Adhikary,  Kazi Md Zakaria e Hasan Rakibul che vivono nella nostra città; mentre lo spettacolo di danza classica in stile Odissi sarà interpretato da una grande artista italiana che ha lungamente studiato nel subcontinente indiano, Ileana Citaristi.

Avremo, inoltre la possibilità di incontrare, guardare, toccare, assaggiare, leggere, stupirci e soprattutto conoscere da vicino questo mondo tanto affascinante quanto reale.

Info e prenotazioni
0677071899 – 3391597050

argillateatri@gmail.com – #paesaggiindiani

 

 

 

Paesaggi Indiani 2000

paesaggi 2000Dopo dieci anni dedicati a conoscere e valorizzare la cultura dell’India, Argillateatri presenta oggi una rassegna di arte, musica,  danza,  cultura e tradizioni del subcontinente indiano con la partecipazione di alcuni artisti provenienti dall’India e di artisti italiani che da anni studiano e lavorano in India riuscendo così a contribuire alla conservazione ed alla diffusione di questa straordinaria tradizione culturale.

19 maggio 2000
Concerto di sitar
con Luigi ara

La musica è dono di Shiva, ogni bellezza udibile è un riflesso della divina bellezza e la musica classica in India è chiamata margi sangit, ovvero musica per la salvezza. Legata alla narrazione degli stati d’animo dell’uomo, questa musica è dedicata ai diversi momenti della giornata, alle stagioni. I raga (piccola melodia che cresce e si espande come un fiore che sboccia) ha una sua emozionalità, un suo profumo ed un colore particolare. La sua dimensione non è univoca, ma si presta a miriadi di interpretazioni emozionali che dipendono dalle capacità e dai sentimenti del musicista…

 

20 e 21 maggio 2000 
Danza Bharata Natyam
con Devayani

Bharata Natyam: è il nome moderno della più antica forma di danza classica indiana, il dasi attam, originaria del Tamil Nadu. Per secoli è stata danzata nei Templi dalle Devadasi, le danzatrici sacre, resistendo alle influenze che hanno permeato molti altri stili di danza.
Movimento, mimica e musica contribuiscono in egual misura a questa danza dallo spirito devozionale. Fortemente stilizzata e sofisticata nella sua tecnica, il Bharata Natyam è diviso fra nritta (danza pura) e nritia (composizioni espressive). Le canzoni riguardano soprattutto temi d’amore contemplativo che contribuiscono a rendere estremamente elevata la spiritualità racchiusa in questa danza.

Devayani: formatasi nella tradizione dei grandi maestri della danza, questa danzatrice di origine parigina, ha studiato nelle Città Tempio dell’India del Sud, perfezionandosi nell’abinahya e nel canto classico carnatico. Grazie alla sua personalità magnetica Devayani e’ diventata presto una stella del firmamento della danza Bharata Natyam raccogliendo ovunque riconoscimenti. Attrice e danzatrice ha preso parte a film, produzioni televisive ed a numerosissimi festival sia in India che all’estero, sempre accompagnata dalla sua perfezione nella coreografia, dalla sua straordinaria sintonia con la musica e dalla sensuale ed accattivante presenza scenica.

 

26 maggio 2000
“Puthanamoksham” – spettacolo di  Kathakali
con Maryse Noiseux

Kathakali: è il classico teatro danza dell’India del Sud. È un’arte di estrema energia che fonde in sé letteratura, teatro, danza e musica. I suoi movimenti, vitali ed armoniosi,sono basati sul mimo, sul simbolismo e su magnifiche e raffinate espressioni teatrali. Il potere del kathakali deriva dalla combinazione del contenuto emotivo delle storie hindu, con la bellezza e la grazia della recitazione e della danza.
Il Kathakali viene generalmente portato sulle scene da uomini e ragazzi che hanno avuto un lungo addestramento fisico ed un tirocinio in abhinayam al fine di descrivere le emozioni attraverso movimenti facciali accompagnati da mudras che permettono di interpretare la storia e di comunicare con il pubblico e con gli altri protagonisti.
Il Kathakali ha un ruolo unico nel mondo del teatro, ha origine dagli antichi rituali e culti che si svolgevano nei templi hindu e viene considerato la forma cristallizzata della ricca tradizione teatrale del Kerala, culminante nell’arte della pantomima.

Maryse Noiseux: nata in Canada e laureata in antropologia all’Università di Montreal, dopo aver fondato un gruppo teatrale, approda in India dove rimane per tre anni per studiare il Kathakali.
Fondamentale per la sua futura vita di artista e’ l’incontro con il maestro Sri Kudamaloor Karunankaran Nair, uno dei più grandi interpreti e maestri viventi di quest’arte. Insieme fondano il Centro Internazionale di Arte e Cultura “Satsangam” che e’ diventato da alcuni anni il punto di riferimento per gli stranieri che vogliano intraprendere od approfondire lo studio del Kathakali.
Ha partecipato a numerosi spettacoli sia in India che all’estero e tiene da molti anni seminari e workshop per la diffusione e la conoscenza di questa antica forma di arte.

 

27 maggio 2000
Danza Kuchipudi
con Verena Priya Klameth

Kuchipudi: originario dell’omonimo villaggio nello Stato dell’Andhra Pradesh, il Kuchipudi era un dramma danzato i cui esecutori provenivano dalla casta brahamanica.
Con il passare del tempo all’antica pantomima si mescolarono le Danze dei Templi dando origine all’attuale danza Kuchipudi, un vero e proprio teatro-danza, vivace e divertente danzato sia da uomini che da donne. Il Kuchipudi è caratterizzato da movimenti pieni di ritmo e dalla velocità e da racconti dalla composita drammaturgia i cui temi provengono dalle storie mitiche e religiose. Spesso le coreografie sono complesse e spettacolari, come ad esempio la “danza del piatto” che il danzatore esegue in bilico sul bordo di un piatto di metallo reggendo un vaso pieno d’acqua senza versarne alcuna goccia
Tutte queste caratteristiche fanno del Kuchipudi una danza sensuale e seduttiva, sempre pervasa da un tocco di spiritualità sublime.

Verena Priya Klameth: è stata allieva di Lila Giri, a sua volta iniziata alla danza da una delle ultime Devadasi ed ha sviluppato una straordinaria finezza artistica nell’abhinaya.
Nel corso degli anni il suo repertorio si è arricchito di danze in parte molto antiche e preziose che le sono state affidate da famose maestre come Usha Raghawan e Malathy Thothardi.
Nonostante il successo riportato nei molteplici spettacoli eseguiti sia in India che in Europa, Verena Priya klameth torna ogni anno in India per lavorare con i suoi musicisti e studiare ancora nuove danze.

 

28 maggio 2000
Kalarippayattu all’ origine delle arti marziali
con Ajith Kumar e Jairo Vergara

Il Kalarippayattu: è un’antichissima arte marziale risalente a più di quattromila anni fa, che si è sviluppata nella parte meridionale dell’India, nello Stato del Kerala.
La tecnica consiste in differenti e complessi tipi di passi che prestano speciale attenzione al rapido movimento delle gambe, delle ginocchia e dello sguardo.
Include combattimenti a mani nude oppure con coltelli, bastoni, scudi e spade.
Il Kalarippayattu non è però soltanto un’arte di combattimento, ma, attraverso il suo training si sviluppano carattere e disciplina morale.
I movimenti di base sono trenta, ciascuno è una successione di passi eseguiti in direzione dei punti cardinali tali da conferire equilibrio, coordinazione, memoria, forza, potenza e agilità.
Il Kalarippayattu è stato definito “madre di tutte le arti marziali” in quanto racchiude in se’ le caratteristiche di base poi riprese, fra gli altri, dal Karate, dal Kung-fu e da Tai Chi Chuan.

Ajith Kumar: ha iniziato a studiare il Kalarippayattu sotto la guida di suo padre, il celebre maestro Thankappan Asan con il quale dirige a Trivandrum la scuola Maruthi Marma Chililsa & Kalari Sangham. Più volte vincitore dei campionati annuali di Kalarippayattu, ha al suo attivo numerosi spettacoli, manifestazioni, tournee’ e workshop in India, Europa, Corea, etc.


Mostre permanenti

Nel corso della rassegna sarà possibile visitare le seguenti mostre

Il tempio d’oro
mostra fotografica  di  Ivan Meacci

Il Tempio d’Oro: Il più famoso monumento dei Sikh è il Tempio d’oro ad Amritsar che contiene Darbara Sahib, a hallowed place costruito su di una piccola isola al centro di una piscina. Costruito verso la fine del 16^ secolo, fu ornato e coperto with gilt nel 1802 da Ranjit Singh. Il Tempio non contiene shrine. E’ invece il libro sacro del Guru Granth Sahib che gode del posto d’onore.

Ivan Meacci: fotoreporter internazionale in prima linea (sono sue le uniche immagini esistenti di “Forza 17” il famoso esercito di yasser Arafat) e’ stato nei campi profughi cambogiani, come nelle miniere di carbone delle Asturie; ha seguito la guerra del Libano, quella del Nicaragua e la disastrosa guerra civile yugoslava. Ha indagato le borgate, i campi zingari, i luoghi della mafia, la grande officina thailandese della droga (il triangolo d’oro) ed il piccolo paradiso delle droghe chiamato Olanda. Ha lungamente lavorato in India seguendo religioni e asceti, feste e sadhu sempre alla ricerca della realtà perchè è questa la sola, vera possibilità di testimoniare.

 

I dipinti delle donne mithila
pittura su carta raccolta da Alessandra Cucchi

Arte Mithila: da 3000 anni, in occasione delle festività, le donne Mithila (zona compresa fra il Bihar ed il Terai -sud del Nepal-) e soltanto le donne, celebrano la vita ed invocano il divino attraverso l’atto del dipingere che diviene momento di raccoglimento per raggiungere uno stato di profonda meditazione. Le rappresentazioni simboliche si riferiscono al pantheon induista con influenze tantriche e buddiste, ma anche al mondo vegetale ed animale che in una società agricolo-pastorale evoca forza, fecondità, buona fortuna.  Le donne, tradizionalmente, eseguono le loro pitture sulle pareti della stanza nuziale, sui pavimenti in terra ed argilla delle case contadine e solo da alcuni decenni dipingono su carta per conservare il ricco immaginario tramandato di madre in figlia.

Alessandra Cucchi: si occupa di artigianato artistico tradizionale e di ricerca sperimentale. Dopo una lunga permanenza nella regione Mithila dove ha seguito e documentato l’arte delle pittrici, ha trasformato questa esperienza in una collezione di complementi di arredo nata dal desiderio di mantenere la poetica ingenuità delle pittrici indiane

Paesaggi Indiani a Mentana

mentanaloc1Con il patrocinio e la collaborazione dell’Ambasciata dell’India
3 – 5 aprile 1998 – MENTANA – GALLERIA BORGHESE

3 aprile ore 18.00
INAUGURAZIONE DELLA RASSEGNA
Alla presenza del Vice Capo Missione dell’Ambasciata dell’India Butshikan Singh

3 aprile ore 21
CONCERTO DI MUSICA INDIANA 

Shashank Subramaniam e il suo gruppo

4 aprile ore 18
LE MILLE DANZE DELL’INDIA – INCONTRO CON UN MONDO SACRO

4 aprile ore 21
DANZA CLASSICA BHARATA NATYAM E KUCHIPUDI
Verena Klameth

5 aprile ore 18.00
INCONTRO DI YOGA: Hata Yoga energia per il corpo e per la mente

MOSTRE
L’INDIA DEI CONTRARI

fotografie dall’India di oggi todays’ India photographies
Alcuni fotografi indiani interpretano l’antico, il nuovo, la tradizione, la contraddizione, l’innovazione, le donne dell’India proiettata verso il futuro.

SAUMYA ANANTHA KRISHNA
dipinti, collages, sculture/ pictures, collages, sculptures
Giovanissima artista dallo stile assolutamente personale e dal rapporto emozionale con le materie ed i colori.

I CANTASTORIE PATUA
Mediante questi “rotoli dipinti”, gli ultimi cantastorie del Bengala, portano nei paesi e nelle campagne le attualità e le leggende. Le storie cantate si dividono in due categorie: mitologiche e sociali: le prime privilegiano la concezione religiosa del mondo, le altre quella politica, umanistica, ma anche la cronaca e gli avvenimenti del quotidiano. La tecnica di recitazione è tradizionale (non molto dissimile -per alcuni tratti- da quella che troviamo in Calabria o in Sicilia, ma forse ancora più vicina a quella dei griot africani): la voce segue una cadenza ed un ritmo che coinvolge il pubblico divertendolo. Le storie narrate sono illustrate su lunghi rotoli dipinti con colori estratti da piante, radici e bacche e preparati artigianalmente dagli stessi cantastorie.

OGNI GIORNO
PROIEZIONI VIDEO
CUCINA INDIANA

Paesaggi Indiani 3

Musica, danza, arte e tradizioni culturali dall’India dal 28 febbraio all’ 8 marzo

con la collaborazione dell’Ambasciata dell’India

Imbattersi in centinaia di stimoli diversi, scoprire attorno a noi una nuova società multietnica dalla quale avremo sempre da imparare, regalarsi la possibilità di incontrare, guardare, toccare, assaggiare, leggere, imitare, stupirci e soprattutto conoscere da vicino questo mondo tanto affascinante quanto reale.

Sabato 28 febbraio ore 21.00

Mr. Amitabha Chattapadhaya, first secretary of Indian Embassy, attore e fine dicitore ci guiderà in un incontro con la poesia e la musica del Bengala. Un incontro soprattutto con Rabindranath Tagore lo scrittore, poeta, musicista che nei primi del secolo ricevette il premio Nobel per la letteratura e che ha contribuito alla riscoperta ed alla conservazione di alcune fra le più importanti tradizioni artistiche del Bengala Occidentale. Alle poesie si alterneranno le musiche e le canzoni di un gruppo di artisti bengalesi residenti in Italia per un’immersione in quella parte di mondo che vive sotto le cento braccia della dea madre Kali.

Domenica 1 marzo ore 18.00

MASCHERE ED EMOZIONI D’ORIENTE
con i ragazzi del corso di teatro dell’Associazione Faretra
diretti da Laura Fantini e Sergio Barale

Avvicinarsi in maniera creativa e personale alla cultura orientale, una sfida per i ragazzi (dai 12 ai 16 anni) della Faretra iniziata con la ricerca delle musiche e dei testi, proseguita con la sperimentazione di gesti e movimenti sconosciuti, completata con il lavoro di scelta e costruzione delle maschere, sempre guidati dall’impatto emotivo con la cultura “altra” e conclusa con la rappresentazione di questo viaggio: un cavaliere alla ricerca della Verità viene guidato dall’armonia del suono interiore alla conoscenza degli elementi. Incontrerà l’amore, il potere, la danza e la sua ritualità, la maschera e la sua magia, il Drago detentore del segreto, gli animali ed infine le ombre ultimo accesso verso lo spirito dell’Oriente.

Venerdì 6 marzo ore 21.00

CONCERTO DI MUSICA INDIANA
Luigi Ara (sitar) Diego Mazzoni (tabla)

La musica è dono di Shiva, ogni bellezza udibile è un riflesso della divina bellezza e la musica classica dell’India è chiamata margi sangit, ovvero musica per la salvezza. Legata alla narrazione degli stati d’animo dell’uomo, questa musica è dedicata ai diversi momenti della giornata, alle stagioni. I raga (piccola melodia che cresce e si espande come un fiore che sboccia) ha una sua emozionalità, un suo profumo ed un colore particolare. La sua dimensione non è univoca, ma si presta a miriadi di interpretazioni emozionali che dipendono dalle capacità e dai sentimenti del musicista…

Sabato 7 marzo ore 21.00

DANZA CLASSICA BARATHA NATYAM E KUCHIPUDI
con Verena Klameth

Elegante ed espressiva, legata al sofisticato linguaggio dei gesti (mudra) ed alla pantomima (abinhaya) ricca di valori estetici e di affabulazione, il Baratha Natyam (danza classica dell’India del Sud) è una sorta di preghiera danzata, uno sfavillante dialogo rituale con il divino.
Originaria dell’Andra Pradesh, la danza Kuchipudi è invece un vero e proprio teatro-danza caratterizzata da movimenti e racconti dalla composita drammaturgia i cui temi provengono dalle storie mitiche e religiose. Il Kuchipudi, è una danza erotica, ma sempre pervasa da un tocco di spiritualità sublime.

ATTIVITA’ PERMANENTI

MOSTRE
SAUMYA ANANTHA KRISHNA
Dipinti, collages e sculture
Giovanissima artista (ha 17 anni) figlia di un diplomatico di Mysore, e già cosmopolita (è nata a Santiago del Cile, ha portato avanti i suoi studi artistici in Bangladesh, negli U.S.A., in Tanzania ed ora in Italia) ha elaborato un suo stile assolutamente personale che proviene dal suo entrare in un contatto emozionale con le materie ed i colori.
Il suo lavoro con il collage spazia dalla pop art alle tradizioni etniche del suo paese e di tutti gli altri paesi in cui ha vissuto e dello stesso influsso risente la sua scelta di materiali (stoffa, gusci d’uovo, etc.).
Più intrigata dalla pittura astratta che non dal disegno, Saumya Anantha Krishna predilige i colori decisi che spesso usa nei toni opachi, dal sapore di terra e con tecniche diverse (acquerello, spatola, acrilico, tempera).
L’INDIA DEI CONTRARI
fotografie dall’India di oggi
India paese dei contrasti, paese dei contrari; magma di spiritualità e tradizioni; culla, radice prima, scrigno del pensiero umano che ha poi preso il largo verso ogni dove.
Alcuni fotografi indiani interpretano l’antico ed il nuovo, la tradizione e la contraddizione; la convivenza non sempre facile di religioni ed innovazioni; le donne della nuova India proiettata verso il futuro; i fermenti intellettuali in una mostra che apre all’occidente un nuovo orizzonte.
PROIEZIONI
A richiesta è possibile la visione di film, video e documentari sulle tradizioni, sulla danza, sul teatro e sulla musica indiana messi a disposizione dall’Ambasciata dell’India.

CUCINA INDIANA
Snack dolci e salati e chai (tè indiano) saranno a disposizione del pubblico nel corso degli spettacoli serali. Per il pubblico di “Paesaggi Indiani 3”,inoltre, un trattamento di favore per gustare una cena tipica indiana al Ristorante Himalaya Palace di Circonvallazione Gianicolense, 277.