Nella messa in scena di quest’anno de Le Città Invisibili, ci sono nuovi gesti.
Gesti antichi del lavoro, gesti magici , gesti ritmati, oppositivi, accoglienti.

Il mercato è sempre una sorpresa. Chi è questo mercante veneziano che prende forma in tre donne che arrivano in un’alba appena interrotta dalla voce del Muezzin che chiama alla preghiera? Da dove vengono, quali fiumi hanno navigato, quali mari, attraverso quali deserti sono passate?

Lo raccontano i loro abiti, che sembrano, come le tuniche dei cantori Fakir del Bengala Occidentale, fatte di incontri e di ricordi: una collana dal deserto, una gonna dalle vallate, una giacca dall’ultimo campo di battaglia soccorso.

Lo raccontano loro stesse quando narrano al Kan delle città più magiche incontrate, quelle che non esistono, eppure sono i nostri specchi.

Porteranno le incertezze del Kan a diventare conoscenza, la stessa che loro detengono per storia e per magia.

… nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non credere mai che si possa smettere di cercarla.
Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero-

Così concludiamo le nostre Città Invisibili. La città perfetta esiste e sta nascendo. Ancora oggi, anche se non riusciamo più neanche ad immaginarla.
La città perfetta è in continuo divenire. Quando sembra conclusa, ecco che un tarlo la perfora, scavando e rodendo alcune delle sue certezze. È allora che la città perfetta si disfa un poco per poi ricostruirsi in una nuova direzione.

Se fosse un tessuto avrebbe infinite trame e, forse, anche orditi. Avrebbe nodi e ricami e fori e ripensamenti e colori diversi.
Eppure, anche se così tormentata, lei perfettamente continua a nascere. Sparsa perché è ormai così vasta da non potersi dipanare su un solo telaio; ma sempre dentro i confini dell’Impero.

Che sia questo l’impero sterminato di Kublai Kan o il nostro confine interiore, la città perfetta continuerà a nascere e a riprendere forma, nonostante le avversità, le iperboli, i cambi di rotta.

E nessuno può mai smettere di  cercarla.

 

Le foto sono di Piero Bonacci

Tornano in scena con un cast parzialmente cambiato e con un nuovo obiettivo, quello di creare un nuovo spettacolo più dinamico, modulare, pronto per affrontare spazi diversi, progettato per arrivare ad essere itinerante.

Dunque il 17 settembre all’Anfiteatro di Via Luigi Bombicci a Pietralata, nell’ambito della rassegna Agorà dell’Estate Romana 2017 e successivamente, il 20 settembre, al Teatro Biblioteca del Quarticciolo (che ci ha visto debuttare lo scorso anno) metteremo in scena una sorta di studio, con ancora l’impostazione classica, ma con meno città, più snello e adattabile.

Il progetto è uno spettacolo che sia una sorta di cerniera fra l’impostazione classica e quella più innovativa, che si possa aprire e chiudere a seconda degli spazi e delle motivazioni.
Il testo ce ne offre lo spunto. Ogni Città cambia a seconda dell’occhio di chi la guarda. Ogni viaggiatore vede la sua città, l’immaginario è stimolato dal linguaggio, dalla scrittura aperta, ma capace di richiudersi su un aggettivo che corrisponde ad un gesto; su un’enfasi che corrisponde ad un’azione…

Tutto questo fa de Le Città Invisibili di Italo Calvino una miniera di possibilità, un crogiuolo di esperienze e di sensazioni da mettere insieme, far crescere e condividere con gli spettatori.

In questo settembre vi mostreremo una prima tappa, destinata a cambiare ancora, ma che continuerà a portarvi in un viaggio di parola e di immagini attraverso il quale mettere assieme “pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda senza sapere chi potrà raccoglierli“.

E, come chiede Marco Polo al Kan, congedandosi, anche voi spettatori non crediate mai che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo lei sta affiorando oltre qualche confine…

La prima recensione ricevuta da Le Città Invisibili è stata quella di Enrico Bernard su Saltinaria una recensione neanche troppo severa, che parte da una lunga analisi della letteratura nel teatro per arrivare a dire che:
a) Calvino non si fa mettere in scena senza un adattamento
b) la regia avrebbe dovuto essere più impositiva (e forse imponente).

Sere dopo è venuta in Teatro l’attrice Maria Rosaria Omaggio che – ci hanno detto – ha avuto una reazione simile, non riuscendo, probabilmente, a percepire che la riscrittura di quelle storie avveniva attraverso le azioni che da sole ne hanno creato LA drammaturgia.

Il teatro che -in origine all’inizio del secolo scorso, ma soprattutto nella seconda metà del ‘900- ha cambiato regole e narrazione nasce con il rifiuto della sovranità del testo drammatico (ovvero delle composizioni compiute, scritte appositamente per il teatro) e si propone di creare nello spettatore, magari sulla base di un testo non drammaturgico, ma fortemente evocatore, emozioni diverse e articolate grazie all’amalgamarsi di gesto e parola, caratteri e comportamenti degli attori, come in una partitura musicale.

Al di là delle storie, dei plot coordinati, dei personaggi definiti e delle logiche narrative, in queste partiture l’elemento drammaturgico è l’attore con il suo lavoro (“l’esercizio è essenziale per l’attore” diceva Stanislavskij che pur non ha mai fatto a meno del testo drammatico).
Lavorando con il corpo, il gesto, la fisicità; aumentandoli poi con l’immaginazione e l’intenzione; interpretando con la propria mente, indole, e visionarietà l’indicazione registica, si compie la narrazione drammatica.

Per far questo l’attore deve in primo luogo acquisire la padronanza fisica dei suoi gesti, lentamente, come un atleta, affinché, alla fine dell’allenamento, non abbia esitazioni nell’esecuzione, ma sia fluido, capace di fare della sua parte e della sua tecnica un unica partitura, completamente individuale e basata sulla sua capacità di esecutore che verrà poi affinata in molte prove e in molte repliche per inserire, alla fine, la sua  innovazione, la sua genialità e ricominciare di nuovo…

La competenza fisica dell’attore, fra gli anni ’60 e ’70 è stata portata ai massimi livelli di espressività da gruppi come il Living Theatre, il Teatr Laboratorium di Jerzy Grotowski; da Peter Brook o dall’Odin Teatret di Eugenio Barba. Con loro si è raggiunta una qualità del racconto teatrale che fino ad allora era stato possibile solo immaginare leggendo fra le righe del testo drammaturgico.
Infatti, il lavoro compiuto dallo spettatore per costruire (sognandolo) ciò che mancava al testo è passato all’attore ed il teatro è diventato immediatamente un luogo di possibili e intense emozioni. È stato possibile sentire su di sé i gesti dell’attore distante, provare sensazioni fisiche di piacere, di seduzione, ma anche sensazioni sgradevoli.

Da qualche tempo tutto questo non viene più proposto come un valore o come una nobile identità creativa, il teatro classico ha in buona parte riconquistato il suo spazio, affiancato dalle sperimentazioni attuali: multilinguaggio, multimediali, innovative nelle tecniche e nell’immaginario scenico, che conduce sì a stupire lo spettatore, ma che rimangono distanti da un suo coinvolgimento fisico e emozionale.

Ne Le Città Invisibili di Italo Calvino, scegliendo di non modificare i testi, ma di rispettarli nel loro significato primo, abbiamo costruito un nuovo insieme di relazioni fisiche e mentali con lo spettatore alternando l’ascolto del testo puro con delle partiture che ne sottolineano le possibili, molteplici, letture.
La prima azione drammaturgica sta nell’aver triplicato la figura di Marco Polo ed averla sciorinata in tre differenti modalità di agire: tre caratteri, tre età, tre ruoli, tre narrazioni.
C’è poi tutta la costruzione delle relazioni fra gli interpreti, in parte dati da una drammaturgia classica (i dialoghi con Kublai Kan) e in parte fatte di azioni simboliche, sacre; oppure quotidiane, semplici, che rispecchiano chi guarda, che fanno sì che a tratti si riconosca e a tratti si meravigli.
Un lavoro sia sul grande , sia sul piccolo in continua crescita, un lavoro fondamentale sia per l’arte dell’attore che per la composizione dello spettacolo.

Come dice Mirella Schino nel suo testo Drammaturgia dell’elusione [In Teatro e Storia, n. 22, anno XV, 2000, Roma, Bulzoni, 2001, pp. 329-363]
…  sia lo spettacolo come unità, che l’arte dell’attore quando è un frammento articolato, elaborato, teoricamente estraibile dal resto dello spettacolo, hanno un valore autonomo rispetto all’opera d’arte letteraria per il teatro, ma al tempo stesso hanno qualcosa in comune con essa, o, per meglio dire, hanno in sé caratteri indipendenti ma simili a quelli della letteratura. […] Forse è nella particolare intimità che si stabilisce tra il lettore e la sua lettura, tra lo spettatore e lo spettacolo, si tratta in entrambi i casi di arti che prendono una forma personale, che sembrano sussurrare all’orecchio del singolo. Forse la somiglianza è in quel ritmo organico, imparentato con la sensualità, tanto caratteristico nella lettura, specie di poesie, che si ritrova anche nella esperienza dello spettatore. Forse invece è nel fatto che l’esperienza di passare attraverso storie rimane comunque  fondamentale…

Nel corso delle diverse repliche tre fotografi hanno raccontato lo spettacolo con la loro diversa sensibilità.
Ognuno racconta qualcosa di diverso. Ognuno apre una possibilità.

Chiara Pasqualini

Claudio Drago

Ivan Meacci

In attesa delle repliche che si terranno a Sala Uno Teatro dal 11 al 16 ottobre prossimi vi raccontiamo, con le parole di coloro che hanno già avuto modo di vedere lo spettacolo, immaginari ed emozioni.

Loredana Lipperini (scrittrice): Ieri sera ho finalmente visto Le città invisibili del magnifico duo Isabella Moroni- Ivan Cozzi. Spettacolo bellissimo.

Marco Berrettoni Carrara (costumista): Le Città Invisibili… una preziosa scatola scenica, bella… e al suo interno un gioco raffinato… un salto indietro in tempi spazi e luoghi sconosciuti ma poi segretamente così familiari… bravi tutti!

Stefano Valente (scrittore): Affabulazione, incanto, evocazione. E tutta la ricchezza degli echi sonori, olfattivi e visivi che sono il tessuto del Viaggio, del Racconto, della Vita. La regia di Ivan Cozzi riesce ad inscenare tutto questo, ma con raro scrupolo filologico: restituendo fedelmente anche le “cerebralità” sottili del testo di Calvino.
In particolare la “proliferazione” di un libro come Le Città Invisibili, con la scelta di moltiplicare Marco Polo nelle tre entità circasse-turcomanne-tartare-cinesi-tibetane – a un tempo tutto questo e niente di tutto questo. Entità femminili (le superlative Alessandra Aulicino, Lidia Miceli e Brunella Petrini), forse perché è femmina la narrazione, la verità e l’immaginazione. E soprattutto la parola che dà loro corpo.
Ecco allora che la trama del batti e ribatti col Gran Khan Kublai – l’enorme mappamondo ancora da tracciare, il resoconto mai finito – si dipana, si svolge e si sfilaccia in tempi e in modi, insieme trasognati e aspri, che Calvino stesso apprezzerebbe. Panorami, architetture, genti, usanze – e tutto lì lì per mutare, sempre differente: magari solo per una sillaba sottratta, per un’intonazione salita o discesa di un’ottava.
Raramente uno spettacolo va oltre l’essere “altro” dal testo da cui è tratto. In questo caso lo spettatore lascia il teatro con la consapevolezza che mai più carezzerà le pagine de Le città Invisibili senza ritornare a quelle quinte, a quelle musiche, alle loro ombre e ai loro lampi. Per sempre – chissà – un poco assorto, così come Kublai (Alessandro Vantini, magistrale) che si è appena specchiato nel suo impero immenso e inconcepibile.

E poi le foto narranti di Chiara Pasqualini.

Entrando a Villa Torlonia dagli ingressi opposti a quello di Via Nomentana, fra il parco giochi e la Serra Moresca si vede questo edificio stupefacente occhieggiare da una collinetta. Salendo l’impatto è notevole: una struttura di marmo con colonne e immense finestre che sembra poggiare su una nuvola di ferro e vetro che abbraccia una vasca di acqua zampillante dai bordi ricamati nel marmo.

Il Teatro Villa Torlonia fu commissionato dal principe Alessandro Torlonia all’Architetto Quintiliano Raimondi  nel 1841 per festeggiare il matrimonio con Teresa Colonna, ma per diversi ed infausti motivi i lavori terminarono oltre 30 anni dopo.

Per raggiungere l’ingresso si costeggiano un bosco di bambù verdissimi, la Limonaia e si entra dunque in un teatro che non ci si aspetta. Per raggiungere la sala, un emiciclo con due balconate che danno su un palcoscenico all’italiana di circa 15 metri per 12 di profondità si passa attraverso più ambienti completamente affrescati (ad opera di Costantino Brumidi, un grande artista poco noto in Italia, che ha dipinto il Capitol di Washington, lavoro che gli è valso  l’appellativo di “Michelangelo d’America”) che rispecchiano il gusto eclettico di fine Ottocento: la sala gotica, gli stili moresco, greco-romano e rinascimentale.

Anche il soffitto della sala è affrescato e le pareti laterali del palco dove sono rappresentati palchetti dai quali s’affacciano come spettatori impertinenti delle maschere della Commedia dell’Arte. Se si apre il fondale il teatro dà sulla Serra, altro ambiente unico nel suo genere.

Rappresentare Le Città Invisibili in questo Teatro, così caratterizzato è una sfida che ci piace molto. E siamo certi che porti fortuna allo spettacolo poterlo dare in prima nazionale proprio qui fra un affresco e uno sguardo, fra un cielo fiorito e le sottili colonne neoclassiche.

Saremo qui il 24 settembre prossimo.

L’ingresso è possibile solo su prenotazione allo 060608 a partire da sette giorni prima.
Vi aspettiamo.

Ma com’è il palazzo di Kublai Kan? Come si può rendere in teatro quando lo spettacolo si immagina in un ambiente minimalista, dove sono le parole e le azioni a fare la storia e quello che possono portare con sé i protagonisti?

Calvino descrive Kublai come un “sovrano perfetto, dalla assoluta saggezza e gusto per i piaceri della vita, ma malinconico e con sfumate incrinature psicologiche inafferrabili e ambigue, qualcosa tra una disperazione metafisica e una segreta perversità d’animo dominata dalla ragione” , un personaggio che nonostante tutta la raffinatezza della corte cinese è stato un guerriero e la sua casa non può che rievocare accampamenti e solitudini.

E quali sono i luoghi da cui Marco Polo, o meglio le tre donne che impersonificano Marco Polo, racconta l’impero del Kan?

Le scenografia di Le Città Invisibili ha due caratteristiche: semplicità e ricordi di opulenza, natura e vita. Tutti gli elementi scenici sono di legno o di metallo, di juta o di stoffa, di carta, di spugna, di sabbia, di vetro… Tutti provengono da lontano nel tempo e nello spazio, tutti ci raccontano, a loro volta, nuove storie.

Lo scenografo Cristiano Cascelli ha immaginato i tappeti che ornano e riscaldano le yurte della Mongolia; ha pensato all’opulenza dei decori, ai colori delle lacche e della terra, ma anche del sangue e del sole per realizzare la pedana sulla quale s’erge il trono di Kublai Kan e il trono è un tronco d’albero antico scavato e avvolgente dal quale scende, raggiungendo le assi del palcoscenico, un simbolico drappo rosso.

Cos’altro è Kublai Kan se non un conquistatore e cosa Marco Polo se non un viaggiatore?  Un atlante, una carta, un planisfero sono gli emblemi della loro erranza e quelli sono stati creati da Cristiano Cascelli ispirandosi ad antiche mappe ripensate  alla luce di un’invisibilità coerente e narrativa.

Il resto sono oggetti: i sacchi, le ceste, i secchi, i paioli, la teiera, il telaio. l’abaco, la forma per il cuoio, le stuoie ricche o semplici che caricano le spalle delle mercanti in cammino e ne sono riposo e conforto nel bivacco notturno ed ancora si trasformano fino a raggiungere la città che forse ancora non è nata.

Da dove vengono le tre viaggiatrici che interpretano le diverse anime di Marco Polo? Quale luogo, quale identità le accomuna? Cosa portano della loro esperienza e della loro cultura?

Quello che si mostra con evidenza è soprattutto il loro rapporto con gli elementi. Sacralità di gesti e simbologie; generosità come quella della terra che accoglie e trasforma le opre e i desideri. Loro vengono da regioni lontane, regioni dell’anima e della geografia: steppe, deserti, montagne, mari e sogni. Una miscela di presente e futuro, di profumi di antiche spezie o di accenti metropolitani.

Tutto questo è rintracciabile nei gesti, negli oggetti, ma soprattutto nei costumi fatti di accenni, richiami, stratificazioni, ricordi.

Provengono dalla famosa sartoria Jolanda, specializzata in opere liriche ed al momento, purtroppo in dismissione, i costumi gentilmente concessi per lo spettacolo da Marina Sciarelli .

Sono stati mescolati ad arte da Marco Berrettoni Carrara, gonne e camicie che richiamano la tradizione ungherese s’intrecciano con redingote militari e scialli antichi; boleri spagnoli e turchi sovrapposti, doppie gonne usate come mantelli; cappelli a pan di zucchero, tocchi e larghe tese che si trasformano in copricapi “sciamanici” e poi le cappe usate come grembiuli, le frange, le stole, le passamanerie… tutto in un continuo dialogo di culture e di memorie.