sfondoSiamo giunti alla quinta edizione di Poesie per la Pace che si terrà il 21 settembre prossimo al Teatro di Villa Torlonia

In uno dei periodi storici in cui la parola “guerra” viene usata -anche a sproposito- sull’onda della paura, dell’impotenza, e, soprattutto, della mancanza di conoscenza di quello che riteniamo il nemico, abbiamo bisogno di non incupirci, di non “abbandonare” il gioco. Perché il mondo ci riguarda, perché cambiare il modo di vedere è il primo passo che dobbiamo fare per portare la pace.

Perché non basta essere buoni e caritatevoli, non basta tremare davanti alle ingiustizie, alle violenze ed al dolore. O stigmatizzare coloro che rinfocolano l’odio. Serve raccontare in maniera differente, serve accorgersi degli stereotipi, dei luoghi comuni e delle abitudini, serve porsi delle domande. E imparare, ascoltando altre voci, che non è nemmeno troppo difficile narrare altre verità.

Con chi vogliamo fare pace quest’anno?

Ognuno scelga la sua meta, il suo obiettivo e racconti, con la poesia, un modo diverso di guardare il mondo. Nulla, infatti, è più forte del linguaggio della Poesia.  Cosi intimo ed al contempo estraniante, così chirurgico e infuocato, così semplice per dire della complessità che è la nostra cifra e anche la nostra salvezza.

Sapere che ogni evento del mondo è complesso ci libera dalle fazioni e ci offre nuovi punti di vista. La Poesia è uno dei veicoli più puri per fare questo: immediata, vitale e pacificatrice.

Il nostro progetto Poesie per la Pace è sostenuto e diffuso da Peace one Day e varcherà i confini dell’Italia.

Il nostro evento sarà composto da diversi piccoli atti di pace e di poesia : si alterneranno sul palco poeti (fra cui Antonio Veneziani, Anna Maria Curci, Lucianna Argentino, Francesco Paolo Del Re, Collettivo Poetry Experience, Sara Cicolani…), attori (Antonino Anzaldi, Ivan Vincenzo Cozzi, Alessandro Vantini, Alessandra Aulicino, Brunella Petrini…) che leggeranno poesie di altri autori e quelle, preziose, dei detenuti del carcere di Regina Coeli (raccolte in una pubblicazione autoprodotta dalla tipografia del carcere), musicisti, danzatori, ognuno con il suo personale racconto della Pace.

Ascolteremo pensieri di Filosofia della Pace (Andrea Colamedici e Maura Gancitano, Tlon Edizioni), brani di musica barocca con il Maestro Giuseppe Schinaia al clavicembalo e il soprano Irene Morelli; arie liriche con il soprano Daniela Ferri accompagnata al pianoforte dal Maestro Stephen Kramer.

Verranno infine letti i racconti di #scattiemigranti, il web contest che ha raccolto fotografie di migrazioni reali o immaginarie, attuali o passate fra le quali un’apposita giura ha selezionato le 7 immagini più rappresentative, affidandole ad altrettanti scrittori o poeti che ne hanno fatto fonte di ispirazione per un loro scritto.
Gli autori che si sono cimentati con #scattiemigranti sono:
Stefania Auci, Maria Grazia Calandrone, Paolo Di Paolo, Donatella Giancaspero, Giuseppe Iannicelli (aka William Nessuno), Cristina Petit, Paolo Zardi.
(La giuria del contest #scattiemigranti è formata dai fotografi Claudio Drago, Gianrigo Vagabond, Carlotta Valente (alias Carrie White), dalla scrittrice Cetta De Luca che ha ideato il contest stesso e dalla giornalista Isabella Moroni)
Ingresso libero fino a esaurimento posti disponibili con prenotazione obbligatoria allo 060608 a partire da 7 giorni prima della manifestazione.

candelaFare teatro è una magia, è creatività, è sperimentazione, è condivisione.
Gli attori, lo scenografo, i costumisti, l’organizzazione, l’ufficio stampa lavorano scambiandosi continuamente idee, raccontandosi possibilità, mettendo in comune lampi di genio, scoperte, cose raccolte nel proprio percorso umano.

Mettere in scena uno spettacolo, però, è anche una cifra a parecchi zeri, non troppi perché, nel caso specifico di Le Città Invisibili, è un progetto autoprodotto e vanno fatti dei piani prima di cominciare a comprare il legno per le scene, le vernici, la base ignifuga, gli oggetti, le stoffe, gli ornamenti, gli elementi che dovranno distinguere i viaggiatori…

Questo spettacolo è nato grazie alla passione per la narrazione e alla consapevolezza che Italo Calvino, ancora così contemporaneo, stia raccontando di noi, dei nostri talenti e dalle nostre speranze, di ciò che ci viene in soccorso quando tutto sembra crollare, di quello che ci regala il senso del provare, del trovare e del non arrendersi di fronte alle difficoltà o agli orrori.

Con amici attori storici e giovani talenti da un anno stiamo lavorando per tirare fuori il cuore di questa narrazione. Lo facciamo con la recitazione, certo, ma anche interrogando i materiali, i colori, gli utensili, gli elementi fondamentali come il trono del Kan (intagliato in un tronco d’albero che racconta il legame stretto del potere con la natura), i sacchi dei mercanti,la sabbia, la fiamma delle lanterne, il metallo dei paioli, il vetro delle lampade.

Le scenografie e il décor sono affidati al pittore Cristiano Cascelli che lavora sul confine fra l’evocazione e la contemporaneità per sottolineare l’assenza di un tempo o un luogo specifici; è infatti la provenienza da regioni lontane: steppe, deserti, montagne, mari ad uniformare la narrazione e rendere contemporanea la lettura del testo.

La scenotecnica autoprodotta grazie alle sapienti mani di Nino Mallia utilizza legno ed altri materiali naturali, tutti i praticabili sono ignifugati e a norma, affinchè oltre che invisibili, le nostre città siano il più possibile ecologiche e in armonia con l’ambiente.

Le musiche originali del compositore Tito Rinesi sono frutto di un profondo lavoro di ricerca sul testo. Le parole e gli oggetti si trasformano in suoni e sonorità; i ritmi inseguono o anticipano le azioni: rumori di mercato e di carovane, cori classici e armonie contemporanee introducono e sostengono le città e i dialoghi fra Marco Polo e Kublai Kan.

Che siamo un’Associazione di Volontariato per la Cultura, indipendente da più di 40 anni certamente lo sapete. C’è solo da aggiungere che, da sempre, crediamo che le idee debbano essere condivise, così come le possibilità da offrire.

Abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso. La cifra necessaria a produrre lo spettacolo è di circa 10.000 Euro, ma qualunque sarà la cifra che riusciremo a raccogliere grazie a te, potremo completare gli allestimenti, arricchire i costumi, ideare e stampare la locandina, affittare il Teatro, pagare la SIAE, retribuire gli attori, l’ufficio stampa…..

Tutte cose delle quali, se ti interessa, ti daremo riscontro e ti faremo seguire gli sviluppi.

Note di Regia.

Attenendoci rigorosamente al testo, abbiamo scelto, fra le cinquantacinque scritte da Calvino, quindici città e dieci appartenenze: memoria, desiderio, segni, cielo, città sottili, occhi, scambi, città dei morti, città e nome, città continue basandosi sulla loro attualità, sui significati della memoria e sulle simbologie  che le rendono espressione della necessità di un nuovo dialogo fra civiltà.

Uno dei fili conduttori è il viaggio, quello che intraprendiamo ogni giorno alla ricerca del nostro equilibrio, quello che ci induce alla scoperta di nuove possibilità, quello che può cambiarci intimamente anche se non lo sappiamo, ma anche quello che passa attraverso le nostre terre e i nostri mari, intrapreso da altri esseri umani come noi alla ricerca di una nuova pace e di nuove risposte.

Un altro è il sogno, quello che ci accompagna lungo il sonno, ma anche quello fatto dai nostri talenti e dalle nostre speranze, quello che ci viene in soccorso quando tutto sembra crollare, quello che ci offre il senso del provare, e del trovare e del non arrendersi di fronte alle difficoltà o agli orrori.

I piani di lettura e di rappresentazione sono molteplici e sempre doppi: dall’alto e dal basso, dal mare o dalla montagna, attraverso e attorno, fuori e fin dentro la terra, dei vivi e dei morti, pieno e vuoto, silente e rumoroso, continuo e interrotto.

Ed è proprio questo doppio, che a sua volta si triplica e si moltiplica, il filo conduttore dello spettacolo che mette in scena grazie alla narrazione di un Marco Polo il cui ruolo è suddiviso fra tre diverse persone che rappresentano lo stesso “uno” del quale ciascuna porta alla luce un aspetto diverso, mettendo a confronto ed arricchendo le diversità. In particolare il viaggiatore veneziano è interpretato da tre donne, tre viaggiatrici del tempo, dello spazio; dei sogni e della contemporaneità. Tre viaggiatrici che chiamano lo spettatore anche ad un percorso nella sua immaginazione, nel ricordo di attimi vissuti o nella cattura di corrispondenze con la vita quotidiana. Amara o splendente che sia, non può sottrarsi.

Lo spettacolo non ha un tempo o un luogo specifici, è la provenienza da regioni lontane, steppe, deserti, montagne, mari a uniformare la narrazione che si suddivide in quattro macroscene: un Prologo nel quale il Kan, dall’alto della sua reggia racconta il suo stato d’animo di conquistatore che non riesce a conoscere la realtà del suo impero e il suo incontro con il mercante venuto da Venezia; la scena del Mercato, nella quale le tre viaggiatrici con le loro mercanzie giungono nella piazza ai piedi del palazzo del Kan e dispiegano il mercato; la scena del Bivacco, quando, a notte, riposti gli oggetti, si può sedere attorno al fuoco ed iniziare a raccontarsi storie che faranno compagnia durante il nuovo viaggio; ed infine, la scena della Partita a Scacchi, giocata sul pavimento della reggia di Kublai Kan, quasi una sfida al cambiamento dei tempi (se non addirittura alla morte).

In ognuna di queste macroscene vengono recitate, nella loro integralità, cinque delle città prescelte alternate ad alcuni dei dialoghi fra Polo e il Kan.

I dialoghi fra Polo e il Kan sono invece stati scomposti e ricostruiti nella loro temporaneità, lasciando, per lo più, il testo originale per perseguire il senso più profondo che abbiamo dato alla lettura: ogni città che incontriamo nella narrazione è un aspetto diverso della città ideale che, quotidianamente ipotizziamo e speriamo, quella che rappresenta le nostre aspettative. Ognuno di noi, infatti, giorno dopo giorno realizza una sua città, una metafora del proprio rapporto con la vita. Ognuno si rapporta alla vita con quelle che sono le sue capacità e con i sensi che mette in campo per riuscire a leggere le proposte della vita. Ed ogni città rappresenta qualcosa di noi: sogni, vizi, dolori, immaginario, danza, paura.

Una passione che trova ogni giorno nuovi motivi di essere è quella che ci spinge verso il testo più narrativo (e forse meno teatrale) di Italo Calvino, Le Città Invisibili.

Dalle cinquantacinque città di cui -come dice Marco Polo- “non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma le risposte che dà alle tue domande…” si può non uscire mai, ed ogni volta intraprendere un percorso diverso ed avere risposte diverse. Una sfida speciale per il teatro.

E noi ce ne siamo innamorati.
Così lo scorso anno abbiamo allestito una specie di assaggio delle Città, senza costumi nè scenografie, con attori in parte diversi e lo abbiamo mostrato a un piccolo pubblico che lo ha apprezzato e ci ha dato la voglia di andare dritto alla meta.

A giugno di quest’anno, con un cast in parte nuovo abbiamo cominciato le prove ed andremo in scena con un’anteprima il 7 settembre al Teatro Biblioteca del Quarticciolo (appena riaperto) e in prima nazionale nello splendido Teatro di Villa Torlonia il 24 settembre.

Ma cosa sono le Città Invisibili? E chi sono gli attori che vi partecipano e le persone che se ne occupano?

Le Città Invisibili è un diario di viaggio in luoghi straordinari.  La storia è incentrata sugli incontri tra l’anziano imperatore tartaro Kublai Kan e il giovane Marco Polo, mercante veneziano, giunto alla sua corte. Nel tentativo di conoscere il suo regno senza muoversi dal palazzo del potere, il Kan chiede a Polo di percorrere i suoi territori per raccontargli la forma e la vita delle città che lo costellano.
Ad ogni ritorno Polo narra a Kublai di città fantastiche: città di gioia e desiderio, città venate di rimpianti, città vivaci, città dell’assenza o della morte: quasi tutte sono città impossibili, che sfidano la logica e il tempo. Affascinato ma scettico sui racconti del viaggiatore, il Kan lo incalza perché vorrebbe risposte capaci di riaccendere le aspettative che ha perso nel momento in cui ha raggiunto il possesso del suo regno e Marco Polo, con la sua narrazione, riesce ad accendere nuove visioni e dare alle conquiste del Kan un nuovo senso.

Oniriche, suggestive, complesse nel loro metatesto, le Città di Calvino forse sono invisibili soltanto a chi non sa guardare, o non vuole farlo, ma in realtà sono sul confine nebbioso fra l’immaginario e il reale ed hanno una struttura solida che lo spettacolo segue e offre.

Potrebbe sembrare una fiaba, ma non lo è perché (quasi) tutto quello che descrivono le città scelte per la narrazione esiste, e ci si crede per esperienza, non per convenzione.

Ogni città rappresenta qualcosa di noi: sogni, vizi, dolori, immaginario, danza, paura.

Ognuna è l’inizio ed anche la fine: le voci degli attori spianano la strada.

Le parole fanno luce. Il dialogo immaginario fra Marco Polo e Kublai Kan s’attarda fra segreti, iperboli, prospettive ingannevoli, fragilità e vita mentre attorno prende forma qualcosa di nuovo, perché forse è vero, come dice il Kan, che ogni città altro non è che la descrizione di una sola, unica città. Quella perfetta.

CAST

Kublai Kan                   Alessandro Vantini/Antonino Anzaldi

Marco Polo 1                 Brunella Petrini

Marco Polo 2                 Alessandra Aulicino

Marco Polo 3                  Lidia Miceli

Regia                                  Ivan Vincenzo Cozzi

Musiche originali           Tito Rinesi
Scenografie                      Cristiano Cascelli
Costumi                            per gentile concessione di Marina Sciarelli
Tecnico luci/fonica          Nino Mallia
Ufficio Stampa                 Sara Cascelli
Organizzazione                Isabella Moroni

Testi, saggi, documenti, opuscoli, pamphlet autoprodotti ed altro materiale storico di gruppi di ispirazione anarchica nonché quotidiani, periodici, ritagli stampa.

Dello stesso fondo fanno anche parte testi divulgativi, volumi di storia, geografia, viaggi, biografie, filosofia, psicanalisi, antropologia culturale, mitologie, religioni,  medicina, medicine alternative, meditazione, ma anche testi di letteratura classica, moderna e contemporanea.

Consulta il catalogo Fondo Lanterna Rossa e Ennio Mattias.

ENNIO MATTIAS

Antifascista anarchico individualista ed ateista, nasce alla fine dell’ 800 ed entra da giovane a far parte del gruppo internazionale anarchico.

Durante il fascismo viene esiliato, si rifugia in Francia dove vivrà fino alla conclusione della II Guerra Mondiale. In questi venti anni di esilio continua con coerenza la sua strada politica dedicandosi alla propaganda ed allo sviluppo dell’ideale anarchico fra le genti ed intervenendo nelle discussioni intellettuali e politiche.

Subito dopo il 1968,  entra in contatto con gli esponenti universitari del nascente Movimento,  che –grazie a lui- possono conoscere ed ascoltare gli ultimi eredi degli anarchici “malatestiani”. Nel 1970, ad 80 anni, accoglie Shri Goparaju Ramachandra Rao, conosciuto come Gora (grande scrittore ateista indiano che ebbe uno scambio difficile, ma molto costruttivo con Gandhi) nella sua prima tappa europea conducendolo a visitare le borgate ed il proletariato romano.

A quelle borgate ed a quel proletariato Mattias dedica gli ultimi pensieri della sua vita frequentando il gruppo “LANTERNA ROSSA” che aveva istituito nel quartiere Quadraro-Cinecittà uno dei primi movimenti politici culturali di aggregazione sorti nella periferia romana.

A “LANTERNA ROSSA” Ennio Mattias dona il suo archivio di testi, pubblicazioni, fotografie, manifesti ed altro sul pensiero e la storia anarchica accumulato nel corso della sua vita, a partire dal primo decennio del secolo scorso. Alla sua morte, i compagni di LANTERNA ROSSA si occupano della cremazione del suo corpo, offrendo all’uomo ateo, simbolo della coerenza politica ed ideologica del passato, l’addio più consono a quella che era stata la sua vita.

Letteratura, saggi, cataloghi, fotografie e diapositive, materiale video e audio, registrazioni digitali (materiale in parte raccolto su campo, in parte di archivio), periodici, rassegne stampa, testi in lingua originale.

Il materiale raccolto su campo consiste in alcune mostre fotografiche (Ivan Meacci ed altri fotoreporter internazionali) dedicate a fenomeni di spettacolo in India e Tibet (ed anche a manifestazioni culturali tradizionali italiane ed europee)…

Consulta il catalogo Teatri e Culture d’Oriente.

TEATRO

Letteratura drammatica, saggi, periodici, cataloghi, documentazione varia comprendente programmi di sala, locandine, volantini, pieghevoli, fotografie e diapositive, materiali video e audio, rassegne stampa.  In particolare la biblioteca è ricca di pubblicazioni relative al teatro a partire dagli anni ’70.

DANZA

Saggi, manuali; archivio storico completo del COMPLESSO ROMANO DEL BALLETTO, (scuola e compagnia di danza classica diretta da Marcella Otinelli fino alla metà degli anni ’80). Il materiale è composto da registrazioni video e audio, costumi, decor, maschere realizzate da Oskar Kokoshka, documentazione di scena.

CINEMA

Testi, saggi, manuali, biografie, videocassette (in catalogazione)

ARTI VISIVE

Saggi, cataloghi, periodici

MUSICA

Saggi, spartiti, dischi, nastri e cassette

Consulta il catalogo Spettacolo e Performing Arts

Le tracce della lettura teatralizzata Minotauro di Fredrich Durrenmatt ci portano molto lontano.
Ivan si è appassionato a questo testo nel 2002 e, lavorando sul senso del mito, sulle sue evoluzioni e simbologie, già nel 2003 lo ha portato in scena in uno dei contesti più aggregativi e interessanti di quegli anni: il CampoCarlo Festival Art, una vera kermesse di teatro, musica, ambiente, politica e condivisione, ideata da Fausto Cerboni, che si svolgeva a Roccaforte Ligure nei boschi che avevano accolto i partigiani, proprio in quella Val Borbera che ospitò il Living Theatre per alcuni anni.

Da  quella lettura nel bosco ad oggi, il Minotauro ha assunto forme e sonorità diverse.
Pensata per essere accompagnata dalla musica come linguaggio  autonomo e connesso, ha incontrato numerosi musicisti: da Massimiliano Scatena a Oscar Bonelli, da Daniele Roccato a Medhi Elias Baba Ameur e molti altri.

È stato argomento di diversi laboratori, nelle scuole e con i migranti dei centri di prima accoglienza; è stato letto nelle piazze, nei teatri, nelle biblioteche, in spazi giusti per un teatro da camera e non ha mai smesso di essere rappresentato.

Ha avuto anche un’edizione con una danzatrice in scena, Cinzia Ana Cortejosa con un’interpretazione che prendeva spunto dal suo essere flamenco puro e si trasformava in una gestualità quasi mitologica.

Negli ultimi allestimenti, alla musica si è unito un nuovo linguaggio, quello del video. Anch’esso autonomo, ma necessario alla narrazione.
Nel video di Brunella Petrini fra i diversi immaginari che ne compongono i fotogrammi, spiccano le opere della scultrice e pittrice tedesca Birgitt Starp.

Nella nuova edizione che andrà in scena nel 2016 avremo un nuovo musicista, Fabio Mancano con le sue incursioni sonore che nascono dalle tradizioni etniche di tutto il mondo, al quale si affiancheranno due brani del compositore Tito Rinesi, uno dei quali è stato scritto per un altro dei nostri spettacoli, ma che ha una potenza di luce che ben chiude il dramma del Minotauro, mentre il sole sorge e gli uccelli giungono a portarlo con loro.

 

Sono passati 26 anni da quando, per la prima volta, ci trovammo con l’India negli occhi.
Eravamo andati “sulle orme di Grotowski e di Barba” a ritrovare una parte di origini dell’antropologia teatrale.

Eravamo andati, assieme ad alcuni attori o aspiranti tali, alla scuola di Abani Biswas colui che aveva portato la tradizione indiana fin dentro il cuore della Polonia di Jerzy Grotowski per costruire, assieme ad altri artisti di altre culture, quegli alfabeti teatrali che erano alla base della gestualità, e dei movimenti drammaturgici del teatro di ogni dove.

Il progetto si chiamava Il Teatro delle Sorgenti e, una volta tornato in India, Abani, aveva cominciato a diffonderlo e ancora oggi non ha smesso.

Fu così che in quel dicembre del 1990, mentre a Roma diluviava, le campagne fra Calcutta (Kolkata) e Shantiniketan accolsero la nostra meraviglia.
I primi che vedemmo, ammassati contro le transenne dell’aeroporto, furono dei giovani che indossavano una lunga tunica arancione. Erano i Baul, menestrelli erranti, guidati da un maestro più anziano che ci avrebbe fatto conoscere un canto ed una musica davvero inaspettati.

Furono continue sveglia all’alba sugli accordi di tamburi e harmonium che viaggiavano con gli uccelli del mattino, furono preghiere della sera, furono feste, gite, visite a santuari. Sempre con loro, i “malati di vento”, che ci davano soprannomi che ancora portiamo nel cuore: Sadhu, Tupan, Aroti, Shanti

In questo rincorrersi di lustri e di anni e di giorni la musica Baul è sempre stata con noi anche se a volte l’abbiamo dimenticata. Qualche volta -passata l’emozione di una terra straordinaria- ci è parsa anche difficile o monotona, siamo arrivati a pensare che non avesse più molto da dire mentre la moda della musica etnica finiva pian piano… Eppure nella sua struttura armonica circolare la musica dei Baul torna, discende, scompare, risale e risplende. Come una ruota.
E quando, come questa volta, a distanza di anni ti ritrovi nel nero di un teatro, illuminato da strumenti e colori ti cattura di nuovo. Un nodo fra lo stomaco e il cuore che ti parla di bellezza e della tua anima.

Inarrestabile, densa di significati che non conoscerai mai, ma che ti porterà sempre nuovi frammenti di consapevolezza, di offerta, di cuore.

Nel concerto dedicato a Rabindranath Tagore, fra le musiche composte dallo stesso scrittore, troviamo anche dei canti Baul, anche perchè, nel 20° secolo, fu proprio Tagore, con il suo grande amore per la bellezza e la verità, a riscoprire le canzoni Baul restituendo loro –ed ai loro interpreti- il giusto posto nella cultura indiana.

I Baul in origine (e molto spesso ancora oggi) erano cantori nomadi che vivevano di quel che veniva loro offerto in cambio dei canti e della musica. La filosofia di vita che li guida, però, è estremamente complessa e rivoluzionaria per un paese come l’India che, nonostante l’evoluzione degli ultimi decenni, mantiene la sua struttura tradizionalista . Questi cantori, infatti, da sempre possono essere sia uomini sia donne, anche se devoti non riconoscono alcuna norma, né casta, né scrittura, né luogo sacro ed accettano nella loro comunità persone di qualsiasi religione.

Loro stessi si dividono in induisti e musulmani (fokir) ma è normale che un Baul induista abbia un guru musulmano, oppure che un Baul muslmano canti canzoni provenienti dalla tradizione induista o cristiana.

La filosofia Baul si esprime prevalentemente attraverso le musiche ed i canti che hanno origini diverse: fra i più antichi ispiratori di canti Baul troviamo il poeta medievale Joy Deb, autore del Gitagovinda, il testo che racconta dell’amore segreto fra il dio Krishna e la pastorella Radha.

Nel cantare questa storia i Baul si identificano con la splendida Radha che rappresenta la ricerca e la realizzazione del vero amore e dell’unione con il divino. I Baul, infatti, credono nel culto di Maner Manus (letteralmente l’uomo del cuore), ovvero nella fioritura del proprio sé interiore: il divino, dunque, si trova all’interno dell’uomo stesso; il corpo è il suo tempio e anche il mezzo per raggiungere la perfezione diventando un solo essere con il supremo.

Un altro poeta che ha influenzato le canzoni Baul è stato Rama Prasad Sen (18° secolo) le cui semplici liriche, comprensibili descrizioni dell’uomo comune, dei suoi difetti e delle sue debolezze, hanno dato una nuova direzione alla musica Baul, ed i canti che ne sono derivati hanno catturato l’immaginazione del popolo bengalese.

La musica, il canto

I Baul vivono, meditano, dormono e muoiono nei loro canti, nella loro musica, nella loro danza.
Le canzoni Baul hanno due aspetti differenti: da un lato un tono speciale ed un particolare modo di presentazione, dall’altro un valore letterario e lirico.

Il tema centrale delle loro composizioni ha carattere devozionale ed un andamento che può essere sintetizzato in tre tipologie:

  1. la meta da raggiungere
  2. le difficoltà che si incontrano sul sentiero spirituale
  3. i suggerimenti per superare queste difficoltà.

Componendo su identiche tematiche, gli autori Baul sembrano voler focalizzare uno stesso orizzonte, anche se poi è quasi sempre la vita personale di ogni Baul a riflettersi nei canti. È infatti molto facile ascoltare due Baul cantare la stessa canzone in modo totalmente differente, eppure sia i cantanti, sia gli ascoltatori, si riconoscono attraverso la musica che racchiude in sé quelle idee e quegli insegnamenti che dovranno essere recepiti.

Questo tipo di comunicazione, che esiste solamente in questi canti, è completamente assente nelle altre tradizioni musicali indiane. Nella musica classica, ad esempio, c’è una relazione armoniosa fra i tempi, i toni particolari, i ritmi ed i raga. I canti Baul, invece, non sono altrettanto legati ad uno schema e possono essere cantati in ogni tempo (momento) e in ogni luogo.

Le musiche Baul sono spesso cantate secondo la disposizione musicale dei raga classici o sul tono del kirtan, ed accompagnate da strumenti etnici come l’ektara ad una sola corda (generalmente costruita con una zucca dalla quale parte un’impugnatura di legno) che serve come bordone, la ananda lahari (letteralmente onda della felicità) che è un tamburo a pizzico con due corde che vengono fatte vibrare con una sorta di plettro, il sarindi (simile ad un mandolino), il madal e gli altri tamburi tradizionali, ed il duggi, un piccolo tamburo rotondo che serve per scandire il ritmo.

Quando cantano i Baul induisti indossano una veste color zafferano oppure bianca,mentre i fokir usano portare una veste fatta di pezze multicolori: i lunghi capelli sono sciolti oppure nascosti in un turbante dello stesso colore del vestito; sulla fronte un segno simbolico tracciato con la pasta di sandalo.

Con una mano suonano il duggi econ l’altra puntano la ektara contro il cielo segno dell’estasi che proviene dall’essere uno solo con Dio. Alle caviglie annodano un grappolo di campanellini che, con il loro tintinnio, seguono i movimenti della danza che accompagna il canto di ogni Baul.

Apparentemente semplici ed improvvisati, i passi di questa danza sono in realtà complessi: la posizione di base è simile a quella del kathakali, mentre la rotazione delle anche ricorda la danza kathak, ma su tutto predomina l’influenza che i Sufi hanno avuto nei secoli passati sulla comunità Baul e che si manifesta nei vorticosi giri su se stessi simili alle piroette che portano i Dervisci all’estasi ed alla trance.

La donna Baul

Le donne Baul spesso cantano e danzano accompagnate dal semplice suono dei cimbalio di un tamburello che mette in risalto la purezza della voce.
Nomadi per vocazione e per scelta queste donne rappresentano una vera e propria eccezione nel sistema sociale indiano; esse, infatti, possono sposarsi più volte; spesso vivono sole nel villaggio dove sono ammirate e stimate; in moltissimi casi decidono di avere una piccola famiglia poichè il loro lavoro ha bisogno di una mobilità chetroppi figli non permetterebbe.

Nella filosofia Baul la donna riveste un ruolo importante: è lei che permette di scoprire la verità attraverso la conoscenza dei misteri del corpo e delle relazioni fra uomo e donna. Il corpo della donna è, per i Baul, la base della meditazione, della creazione e dell’ispirazione.

Il ruolo sociale

I Baul, sia uomini che donne, sono i consiglieri della popolazione del villaggio che si rivolge loro per raccontare i propri problemi. Spesso alle domande i Baul rispondono con i canti che, di volta in volta, parlano di integrazione nazionale, della futilità del sistema delle caste e dei rituali, del valore della disciplina mentale; oppure predicano gli insegnamenti spirituali indagando sulla natura di Dio e proponendo la questione della relazione dello spirito con i sensi.
Nelle loro canzoni, infatti, i Baul –criticando le maggiori incongruenze della vita ed inviando un ininterrotto messaggio di amore e di simpatia verso il genere umano- si sono da sempre proposti come mediatori nei contrasti tra i vari gruppi religiosi e di casta, con un’azione che non ha eguali nella storia della lotta di classe.

I Baul sono fatalisti nel loro approccio alla vita, credono nel destino ed hanno un profonda perspicacia per la psiche umana tanto che spesso i loro canti sono come un balsamo capace di alleviare le pene ed i dolori.

La danza Indiana racchiude in sé il teatro ed il sacro: attraverso i suoi gesti (mudra) racconta le azioni e i comportamenti degli esseri umani, gli stati d’animo (rasa), le passioni dell’anima. È un’arte che esplora i sentimenti (bava), e dona il piacere della bellezza pura.

Fra le sette danze classiche dell’India (il Bharata Natyam, la più antica, il Kathak nel quale affondano le origini del flamenco spagnolo, la danza Manipuri, il Kathakali, potente e mascolina: una danza dove anche il ruolo femminile era impersonato da uomini, la danza Mohini Attam, femminile e vicina al misticismo della madre terra, il Kuchipudi), la danza Odissi, sinuosa e sensuale, affonda le sue origini nelle danze rituali eseguite nei templi dell’antica India del nord.

Odissi significa “dell’Orissa” ovvero dello Stato dell’Orissa, nell’India nord-orientale, culla di una cultura attraversata da più correnti religiose, nei cui luoghi di culto si è sviluppato questo stile di danza già dal II secolo a.C., come è possibile vedere nelle grotte jaina di Udayagiri o nel nel santuario buddhista di Ratnagiri.

Una danza che è stata espressione sacra per moltissimi secoli fino all’arrivo degli Inglesi che, nel corso del XIX secolo imposero un nuovo senso della civiltà e del pudore, a causa del quale le danze dell’India divennero ovunque  sinonimo di degenerazione morale poiché la loro pratica era considerata una forma di prostituzione.

Fu così che per tutto l’Ottocento, la danza, in India, viene dimenticata e i danzatori quasi scompaiono.

È solo nei primi due decenni del ‘900 che, grazie all’intervento del movimento riformatore, si torna a parlare di danza.Non a caso la forma in cui viene attualmente rappresentata la danza Odissi è il prodotto di una rinascita degli anni ‘20. Studiosi e appassionati di danza, infatti, hanno studiato sugli antichi manoscritti, approfondito le ricerche sui dipinti e sulle poesie ma, soprattutto hanno “letto” le sculture dei templi, vere e proprie “mappe” della gestualità e dei movimenti della danza, confrontandole con le coreografie dei pochi artisti esistenti, al fine di far rinascere l’Odissi come stile di danza classica unica, e fortemente teatrale. Nel corso degli anni, infatti, la danza Odissi è diventata uno degli stili classici fra i più popolari ed amati.

Come le altre forme di danza classica indiana, anche l’Odissi si basa su due importanti aspetti: Nritta, la danza non-rappresentativa i cui movimenti creano motivi più ornamentali che narrativi e Abhinaya, ovvero la mimica stilizzata nella quale i gesti e le espressioni facciali sono simbolicamente utilizzati per interpretare una storia o un tema il più delle volte sacro o d’amore..

Le divine storie d’amore di Radha e del Dio Krishna sono fra i temi preferiti, tanto che uno spettacolo classico di danza Odissi contiene sicuramente uno o due Ashtapadis (poema di otto distici) dal Gita Govinda di Jayadeva, che descrive, attraverso una appassionata poesia sanscrita, la complessa relazione tra Radha e il suo Signore.

La tecnica dell’Odissi propone l’uso ripetuto del tribhangi, ovvero la postura del corpo che piega il corpo in tre punti opposti fra loro, come a  di tre volte deviato postura, in cui il corpo è piegato in tre punti, come in una sorta di spirale. Questa posizione e lo spostamento caratteristico del busto da un lato all’altro, fa dell’Odissi uno stile difficile da eseguire. Non a caso i migliori danzatori riempiono le coreografie di grazia fluida che dà alla danza una qualità lirica molto attraente.

 

 

È il titolo dello spettacolo in programma martedì 17 maggio, un’immersione in una delle danze più espressive fra quelle dell’India classica, grazie ad Ileana Citaristi, un’artista da sempre immersa fra le due culture: quella italiana delle sue origini e quella indiana nella quale si è immersa grazie alla danza.

Nella pallavi o fioritura primaverile, ritmo melodia e danza sbocciano lentamente rivelando petalo dopo petalo la fragranza e l’intima coesione che li armonizza. Nelle abhinaya o brani di mimo danzato è il racconto che predomina e che si lascia narrare attraverso l’espressività del linguaggio corporeo della danzatrice. Ogni minimo gesto è finalizzato a trasmettere al di la della semplice narrazione il rasa o componente emotivo sublimale  che lo spettatore  ricettivo e in grado di gustare.

Nella danza Odissi si alternano e si fondono elementi di grazia e lirismo ad elementi di forte potenzialità emotiva,  componenti  femminili e maschili si completano  e si arricchiscono a vicenda offrendo  un’immagine completa della natura umana. Dagli intimi  recinti dei templi la danza si è aperta al grande pubblico arricchendosi di nuove dimensioni e contenuti pur mantenendosi fortemente radicata nella tradizione culturale della regione da cui proviene.

Ileana Citaristi è danzatrice riconosciuta in India come  una autorità nel campo dei due stili di danza Odissi e Chhau, ambedue provenienti dalla regione dell’Odisha, dove lei risiede dal 1979. Alla scuola Art Vision, da lei fondata a Bhubaneswar nel 1996, si sono formati innumerevoli studenti sia Indiani che stranieri molti dei quali sono oggi acclamati ballerini professionisti. Oltre ad essere riconosciuta come ballerina, maestra e coreografa, Ileana è anche stimata come autrice di tre libri, The Making of a Guru sulla vita del suo maestro Kelucharan Mohapatra, Traditional Martial Practices in Odisha sulle tradizioni di arte marziali della regione dell’Odisha e My journey, a tale of two births la sua autobiografia. Ileana ha ricevuto onoreficenze a livello sia nazionale che internazionale tra cui il National Award for Best Choreography nel 1996, Order of Star of Italian Solidarity nel 2009 e il Padmasri Award nel 2006.