Nel parco di Villa De Sanctis, fra ruderi antichi e installazioni contemporanee c’è questo luogo che costruisce ogni giorno progetti, rende possibili sogni e desideri, si apre a creazioni diverse e coinvolgenti. La Casa della Cultura del Municipio V in questi giorni d’attesa per le feste, ospita una delle proposte di Argillateatri capaci di amalgamare le arti e la cultura.

In collaborazione con il Centro Culturale Municipale Giorgio Morandi, verrà realizzata una residenza artistica del pittore Carlo Gori, che utilizzerà gli spazi interni ed esterni del Casale per lavorare al meglio su alcune opere artistiche e restituire il tutto alla visione degli spettatori nell’ultimo giorno della residenza: il 17 dicembre 2017.
Con lui lavoreranno altri artisti e ci saranno continui scambi di proposte culturali, letterarie e teatrali.

Nei giorni di sabato 16 e domenica 17 sarà possibile incontrare il pubblico per interagire con tutti coloro che vorranno portare idee e attenzione, oppure vorranno realizzare, assieme  ulteriori opere.

Negli ultimi giorni di Residenza sarà inoltre possibile assistere alla performance teatrale Il Minotauro, come all’estemporanea di pittura dal vivo dello stesso Gori.

È Tutto Arte. Una Residenza di sette giorni.
Carlo Gori che ha dedicato al quartiere anni di lavoro e di creazioni diverse, sempre attente anche alle questioni sociali e alla voce di tutti. Anche dei meno ascoltati.
Vi invitiamo a venire a scambiare idee e creatività, ad ascoltare narrazioni fatte con le parole o con i colori.

È Tutto Libero. È Tutto Arte.

INFO:
Casa della Cultura – Via Casilina, 665 – ROMA
GIORNI ED ORARI
 GIOVEDI 14 
11:00 – 16:00
 VENERDI 15
11:30 – 14:00
 SABATO 16
15:00 – 21:00
 DOMENICA 17
11:00 – 21:00

Nella messa in scena di quest’anno de Le Città Invisibili, ci sono nuovi gesti.
Gesti antichi del lavoro, gesti magici , gesti ritmati, oppositivi, accoglienti.

Il mercato è sempre una sorpresa. Chi è questo mercante veneziano che prende forma in tre donne che arrivano in un’alba appena interrotta dalla voce del Muezzin che chiama alla preghiera? Da dove vengono, quali fiumi hanno navigato, quali mari, attraverso quali deserti sono passate?

Lo raccontano i loro abiti, che sembrano, come le tuniche dei cantori Fakir del Bengala Occidentale, fatte di incontri e di ricordi: una collana dal deserto, una gonna dalle vallate, una giacca dall’ultimo campo di battaglia soccorso.

Lo raccontano loro stesse quando narrano al Kan delle città più magiche incontrate, quelle che non esistono, eppure sono i nostri specchi.

Porteranno le incertezze del Kan a diventare conoscenza, la stessa che loro detengono per storia e per magia.

… nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non credere mai che si possa smettere di cercarla.
Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero-

Così concludiamo le nostre Città Invisibili. La città perfetta esiste e sta nascendo. Ancora oggi, anche se non riusciamo più neanche ad immaginarla.
La città perfetta è in continuo divenire. Quando sembra conclusa, ecco che un tarlo la perfora, scavando e rodendo alcune delle sue certezze. È allora che la città perfetta si disfa un poco per poi ricostruirsi in una nuova direzione.

Se fosse un tessuto avrebbe infinite trame e, forse, anche orditi. Avrebbe nodi e ricami e fori e ripensamenti e colori diversi.
Eppure, anche se così tormentata, lei perfettamente continua a nascere. Sparsa perché è ormai così vasta da non potersi dipanare su un solo telaio; ma sempre dentro i confini dell’Impero.

Che sia questo l’impero sterminato di Kublai Kan o il nostro confine interiore, la città perfetta continuerà a nascere e a riprendere forma, nonostante le avversità, le iperboli, i cambi di rotta.

E nessuno può mai smettere di  cercarla.

 

Le foto sono di Piero Bonacci

Tornano in scena con un cast parzialmente cambiato e con un nuovo obiettivo, quello di creare un nuovo spettacolo più dinamico, modulare, pronto per affrontare spazi diversi, progettato per arrivare ad essere itinerante.

Dunque il 17 settembre all’Anfiteatro di Via Luigi Bombicci a Pietralata, nell’ambito della rassegna Agorà dell’Estate Romana 2017 e successivamente, il 20 settembre, al Teatro Biblioteca del Quarticciolo (che ci ha visto debuttare lo scorso anno) metteremo in scena una sorta di studio, con ancora l’impostazione classica, ma con meno città, più snello e adattabile.

Il progetto è uno spettacolo che sia una sorta di cerniera fra l’impostazione classica e quella più innovativa, che si possa aprire e chiudere a seconda degli spazi e delle motivazioni.
Il testo ce ne offre lo spunto. Ogni Città cambia a seconda dell’occhio di chi la guarda. Ogni viaggiatore vede la sua città, l’immaginario è stimolato dal linguaggio, dalla scrittura aperta, ma capace di richiudersi su un aggettivo che corrisponde ad un gesto; su un’enfasi che corrisponde ad un’azione…

Tutto questo fa de Le Città Invisibili di Italo Calvino una miniera di possibilità, un crogiuolo di esperienze e di sensazioni da mettere insieme, far crescere e condividere con gli spettatori.

In questo settembre vi mostreremo una prima tappa, destinata a cambiare ancora, ma che continuerà a portarvi in un viaggio di parola e di immagini attraverso il quale mettere assieme “pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda senza sapere chi potrà raccoglierli“.

E, come chiede Marco Polo al Kan, congedandosi, anche voi spettatori non crediate mai che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo lei sta affiorando oltre qualche confine…

Torna in scena a Roma presso la Libreria Teatro Tlon il 16 febbraio prossimo, Il Minotauro di Friedrich Durrenmatt, nella lettura teatralizzata di Ivan Vincenzo Cozzi, attore, regista, performer. Un lavoro nato nel 2003, in continuo divenire che, attraverso gli apporti e gli incontri con i diversi artisti che hanno contribuito a crearlo, si è trasformato in un’opera vibrante di significati e intenzioni, che scava nello smarrimento dell’uomo di fronte all’incontro con la propria coscienza e con la società.

La storia di Arianna, Teseo e Minosse, del labirinto e del Minotauro, il suo unico abitante, è nota ai più, ma nel testo di Durrenmatt (1985), diventa anche un dramma psicologico: il Minotauro incarna, la “diversità”, la mostruosità dell’essere differente eppure innocente della propria non appartenenza alle regole. Una diversità che rende il Minotauro il recluso‐escluso, colui che non può entrare nella relazione sociale, in una impossibilità che diventa emarginazione, disuguaglianza e che s’avvale di tutto l’immaginario che da millenni ruota attorno ai portatori di questa disparità.

Ed è qui la forte attualità di questo testo, che rimanda ai labirinti che ogni società, in ogni tempo, costruisce alzando muri, steccati, frontiere reali e immaginarie che servono a contenere non tanto flussi e “invasioni”, quanto le diversità, culturali, religiose, fisiche, la paura dell’altro, la sofferenza dell’accoglienza. Come quotidianamente possiamo constatare.

La teatralizzazione del testo di Durrenmatt, con la voce narrante di Ivan Cozzi, l’accompagnamento musicale dal vivo di Oscar Bonelli con i suoi strumenti evocatori e il canto di Filiò Sotiraki, si basa sull’equilibrio delle forme d’espressione utilizzate: le parole, che rispettano lo stile fluido del classico di Durrenmatt, le sonorità e le melodie che riecheggiano le tradizioni del mondo, il canto che richiama le presenze femminili che mutano il destino del Minotauro e i due brani del compositore Tito Rinesi che introducono e concludono lo spettacolo. Tutto contribuisce a ricreare, musicalmente e visivamente, il mondo delle immagini moltiplicate e, a volte confuse, in cui il Minotauro vive.

Un gioco di specchi tra l’Essere e la sua ombra, il corpo e le sue migliaia di copie riflesse, che riproduce all’infinito l’illusorietà di qualsiasi tentativo di fuga. Un racconto che corre rapido verso il tragico epilogo, e noi spettatori nel confronto finale con Teseo non possiamo fare a meno di parteggiare per il Minotauro fino all’arrivo, nell’alba, degli uccelli.

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MINOTAURO
Lettura teatralizzata e musicata
del testo di Friedrich Durrenmatt

Ideazione e realizzazione
Ivan Vincenzo Cozzi

collaborazione artistica Isabella Moroni

con
Ivan Cozzi (voce recitante)
Oscar Bonelli (polistrumentista)
Filiò Sotiraki (canto)

Brani musicali di Tito Rinesi

Antico e crogiuolo, creatore e distruttore; bellezza e inferi e soprattutto mare, scrittura, leggi, architettura, astronomia. E fede.
È questo l’oriente mediterraneo che s’estendeva dalla Sicilia alla Mesopotamia, che profumava di gelsomino, che inneggiava all’amore come unica chiave per entrare in comunione con il divino.

È questo l’oriente mediterraneo che ci ha nutriti e ci ha plasmati, dal quale abbiamo ereditato il pensiero, il fare di conto, i miti e lo spirito.
Come potremmo fare poesia se non fossero esistite le lodi dei melograni succosi, rossi come rubini o i simboli della forza e della giustizia racchiusi nei pilastri che sorreggono una casa?
Come potremmo navigare senza la bussola o domare la terra senza ciò che ci ha donato l’oriente che s’affaccia sul mare della mitologia, quel Mediterraneo blu scuro come l’abisso, striato da migliaia di luci quando il sole o la luna vi si specchiano dentro; quel mediterraneo punteggiato di isole che lo coronano e lo intralciano nella furia che si spinge oltre le colonne d’Ercole?

Da questo oriente dove le guerre non sono mai finite davvero, da questo oriente in cui alcuni paesi sono stati distrutti e sventrati per millenni, in cui ancora non smettono di cadere bombe e di gridare gli esseri umani; da questo oriente da dove partono coloro che approdano qui, dove vivono donne private di tutto, dove la poesia prende strade ancora più dolorose, arrivano i versi che possono condurci alla Montagna dell’Anima.

Ma cos’è la Montagna dell’Anima e da dove arriva e perché ne abbiamo fatto il titolo di una mise en éspace (o una lettura teatralizzata come più ci piace chiamarla)?
Viaggio alla Montagna dell’Anima è il titolo dell’opera di Gao Xingjian, che racconta di un viaggio verso il luogo in cui “tutto è allo stato originario“. Un viaggio che si trasforma in un’avventura attraverso il passato, il presente, la letteratura.

E questo è anche il nostro viaggio, fra Persia, Turchia, Palestina, Marocco, Siria, Afghanistan,ma anche India e Grecia attraverso la poesia e il canto, arti che si accordano e si compenetrano e provengono dal mare dove abbiamo risieduto tutti prima di farci umani.

Un brano del libro di Gao Xingjian per iniziare e poi addentrarci nelle parole di Jalāl al-Dīn Rūmī, il poeta mistico fondatore dei dervisci rotanti, così profuso di interiorità e di anima da raccontare, nei suoi versi, la realtà vista con gli occhi del creatore.
Sono parole di vita reale, di sublimazione, sono modi di essere qui mentre tutto si compie, senza guardare indietro né in avanti.
Oltre a quelle di Rumi, ecco quelle di altri poeti come Khwaja  Abdullah  Ansari che racconta la sua vittoria contro il dualismo;  Al Maghribi e la sua lista di oggetti e attitudini che servono per diventare “compagno della Verità“, oppure FerdowsiOnide HamzaOmar Khayyamo donne come Rabi’a al-Adawwiyya e molti altri fino ad arrivare anche oltre il Mediterraneo ed in epoche più recenti, verso i pensieri di Jiddu Krishnamurti o, ai nostri giorni, fra le donne dell’Afghanistan cui è stata tolta la possibilità di studiare, di lavorare, di esistere come ci ricorda Mahbubeh Ebrahimi o fra i resistenti della Palestina (Samih Al – QasimMahmoud Darwish) o fra i ricordi e le celebrazioni che Maram al Masri fa di  Wallada, poetessa al cui presente tornaper risvegliare il tuo ricordo e risveglio il mio ricordo“.

Viaggio alla Montagna dell’Anima sarà presentato alla Libreria Teatro Tlon il 1 dicembre prossimo alle ore 19,30


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La prima recensione ricevuta da Le Città Invisibili è stata quella di Enrico Bernard su Saltinaria una recensione neanche troppo severa, che parte da una lunga analisi della letteratura nel teatro per arrivare a dire che:
a) Calvino non si fa mettere in scena senza un adattamento
b) la regia avrebbe dovuto essere più impositiva (e forse imponente).

Sere dopo è venuta in Teatro l’attrice Maria Rosaria Omaggio che – ci hanno detto – ha avuto una reazione simile, non riuscendo, probabilmente, a percepire che la riscrittura di quelle storie avveniva attraverso le azioni che da sole ne hanno creato LA drammaturgia.

Il teatro che -in origine all’inizio del secolo scorso, ma soprattutto nella seconda metà del ‘900- ha cambiato regole e narrazione nasce con il rifiuto della sovranità del testo drammatico (ovvero delle composizioni compiute, scritte appositamente per il teatro) e si propone di creare nello spettatore, magari sulla base di un testo non drammaturgico, ma fortemente evocatore, emozioni diverse e articolate grazie all’amalgamarsi di gesto e parola, caratteri e comportamenti degli attori, come in una partitura musicale.

Al di là delle storie, dei plot coordinati, dei personaggi definiti e delle logiche narrative, in queste partiture l’elemento drammaturgico è l’attore con il suo lavoro (“l’esercizio è essenziale per l’attore” diceva Stanislavskij che pur non ha mai fatto a meno del testo drammatico).
Lavorando con il corpo, il gesto, la fisicità; aumentandoli poi con l’immaginazione e l’intenzione; interpretando con la propria mente, indole, e visionarietà l’indicazione registica, si compie la narrazione drammatica.

Per far questo l’attore deve in primo luogo acquisire la padronanza fisica dei suoi gesti, lentamente, come un atleta, affinché, alla fine dell’allenamento, non abbia esitazioni nell’esecuzione, ma sia fluido, capace di fare della sua parte e della sua tecnica un unica partitura, completamente individuale e basata sulla sua capacità di esecutore che verrà poi affinata in molte prove e in molte repliche per inserire, alla fine, la sua  innovazione, la sua genialità e ricominciare di nuovo…

La competenza fisica dell’attore, fra gli anni ’60 e ’70 è stata portata ai massimi livelli di espressività da gruppi come il Living Theatre, il Teatr Laboratorium di Jerzy Grotowski; da Peter Brook o dall’Odin Teatret di Eugenio Barba. Con loro si è raggiunta una qualità del racconto teatrale che fino ad allora era stato possibile solo immaginare leggendo fra le righe del testo drammaturgico.
Infatti, il lavoro compiuto dallo spettatore per costruire (sognandolo) ciò che mancava al testo è passato all’attore ed il teatro è diventato immediatamente un luogo di possibili e intense emozioni. È stato possibile sentire su di sé i gesti dell’attore distante, provare sensazioni fisiche di piacere, di seduzione, ma anche sensazioni sgradevoli.

Da qualche tempo tutto questo non viene più proposto come un valore o come una nobile identità creativa, il teatro classico ha in buona parte riconquistato il suo spazio, affiancato dalle sperimentazioni attuali: multilinguaggio, multimediali, innovative nelle tecniche e nell’immaginario scenico, che conduce sì a stupire lo spettatore, ma che rimangono distanti da un suo coinvolgimento fisico e emozionale.

Ne Le Città Invisibili di Italo Calvino, scegliendo di non modificare i testi, ma di rispettarli nel loro significato primo, abbiamo costruito un nuovo insieme di relazioni fisiche e mentali con lo spettatore alternando l’ascolto del testo puro con delle partiture che ne sottolineano le possibili, molteplici, letture.
La prima azione drammaturgica sta nell’aver triplicato la figura di Marco Polo ed averla sciorinata in tre differenti modalità di agire: tre caratteri, tre età, tre ruoli, tre narrazioni.
C’è poi tutta la costruzione delle relazioni fra gli interpreti, in parte dati da una drammaturgia classica (i dialoghi con Kublai Kan) e in parte fatte di azioni simboliche, sacre; oppure quotidiane, semplici, che rispecchiano chi guarda, che fanno sì che a tratti si riconosca e a tratti si meravigli.
Un lavoro sia sul grande , sia sul piccolo in continua crescita, un lavoro fondamentale sia per l’arte dell’attore che per la composizione dello spettacolo.

Come dice Mirella Schino nel suo testo Drammaturgia dell’elusione [In Teatro e Storia, n. 22, anno XV, 2000, Roma, Bulzoni, 2001, pp. 329-363]
…  sia lo spettacolo come unità, che l’arte dell’attore quando è un frammento articolato, elaborato, teoricamente estraibile dal resto dello spettacolo, hanno un valore autonomo rispetto all’opera d’arte letteraria per il teatro, ma al tempo stesso hanno qualcosa in comune con essa, o, per meglio dire, hanno in sé caratteri indipendenti ma simili a quelli della letteratura. […] Forse è nella particolare intimità che si stabilisce tra il lettore e la sua lettura, tra lo spettatore e lo spettacolo, si tratta in entrambi i casi di arti che prendono una forma personale, che sembrano sussurrare all’orecchio del singolo. Forse la somiglianza è in quel ritmo organico, imparentato con la sensualità, tanto caratteristico nella lettura, specie di poesie, che si ritrova anche nella esperienza dello spettatore. Forse invece è nel fatto che l’esperienza di passare attraverso storie rimane comunque  fondamentale…

Nel corso delle diverse repliche tre fotografi hanno raccontato lo spettacolo con la loro diversa sensibilità.
Ognuno racconta qualcosa di diverso. Ognuno apre una possibilità.

Chiara Pasqualini

Claudio Drago

Ivan Meacci

In attesa delle repliche che si terranno a Sala Uno Teatro dal 11 al 16 ottobre prossimi vi raccontiamo, con le parole di coloro che hanno già avuto modo di vedere lo spettacolo, immaginari ed emozioni.

Loredana Lipperini (scrittrice): Ieri sera ho finalmente visto Le città invisibili del magnifico duo Isabella Moroni- Ivan Cozzi. Spettacolo bellissimo.

Marco Berrettoni Carrara (costumista): Le Città Invisibili… una preziosa scatola scenica, bella… e al suo interno un gioco raffinato… un salto indietro in tempi spazi e luoghi sconosciuti ma poi segretamente così familiari… bravi tutti!

Stefano Valente (scrittore): Affabulazione, incanto, evocazione. E tutta la ricchezza degli echi sonori, olfattivi e visivi che sono il tessuto del Viaggio, del Racconto, della Vita. La regia di Ivan Cozzi riesce ad inscenare tutto questo, ma con raro scrupolo filologico: restituendo fedelmente anche le “cerebralità” sottili del testo di Calvino.
In particolare la “proliferazione” di un libro come Le Città Invisibili, con la scelta di moltiplicare Marco Polo nelle tre entità circasse-turcomanne-tartare-cinesi-tibetane – a un tempo tutto questo e niente di tutto questo. Entità femminili (le superlative Alessandra Aulicino, Lidia Miceli e Brunella Petrini), forse perché è femmina la narrazione, la verità e l’immaginazione. E soprattutto la parola che dà loro corpo.
Ecco allora che la trama del batti e ribatti col Gran Khan Kublai – l’enorme mappamondo ancora da tracciare, il resoconto mai finito – si dipana, si svolge e si sfilaccia in tempi e in modi, insieme trasognati e aspri, che Calvino stesso apprezzerebbe. Panorami, architetture, genti, usanze – e tutto lì lì per mutare, sempre differente: magari solo per una sillaba sottratta, per un’intonazione salita o discesa di un’ottava.
Raramente uno spettacolo va oltre l’essere “altro” dal testo da cui è tratto. In questo caso lo spettatore lascia il teatro con la consapevolezza che mai più carezzerà le pagine de Le città Invisibili senza ritornare a quelle quinte, a quelle musiche, alle loro ombre e ai loro lampi. Per sempre – chissà – un poco assorto, così come Kublai (Alessandro Vantini, magistrale) che si è appena specchiato nel suo impero immenso e inconcepibile.

E poi le foto narranti di Chiara Pasqualini.