Una musica che appassiona.

Sono passati 26 anni da quando, per la prima volta, ci trovammo con l’India negli occhi.
Eravamo andati “sulle orme di Grotowski e di Barba” a ritrovare una parte di origini dell’antropologia teatrale.

Eravamo andati, assieme ad alcuni attori o aspiranti tali, alla scuola di Abani Biswas colui che aveva portato la tradizione indiana fin dentro il cuore della Polonia di Jerzy Grotowski per costruire, assieme ad altri artisti di altre culture, quegli alfabeti teatrali che erano alla base della gestualità, e dei movimenti drammaturgici del teatro di ogni dove.

Il progetto si chiamava Il Teatro delle Sorgenti e, una volta tornato in India, Abani, aveva cominciato a diffonderlo e ancora oggi non ha smesso.

Fu così che in quel dicembre del 1990, mentre a Roma diluviava, le campagne fra Calcutta (Kolkata) e Shantiniketan accolsero la nostra meraviglia.
I primi che vedemmo, ammassati contro le transenne dell’aeroporto, furono dei giovani che indossavano una lunga tunica arancione. Erano i Baul, menestrelli erranti, guidati da un maestro più anziano che ci avrebbe fatto conoscere un canto ed una musica davvero inaspettati.

Furono continue sveglia all’alba sugli accordi di tamburi e harmonium che viaggiavano con gli uccelli del mattino, furono preghiere della sera, furono feste, gite, visite a santuari. Sempre con loro, i “malati di vento”, che ci davano soprannomi che ancora portiamo nel cuore: Sadhu, Tupan, Aroti, Shanti

In questo rincorrersi di lustri e di anni e di giorni la musica Baul è sempre stata con noi anche se a volte l’abbiamo dimenticata. Qualche volta -passata l’emozione di una terra straordinaria- ci è parsa anche difficile o monotona, siamo arrivati a pensare che non avesse più molto da dire mentre la moda della musica etnica finiva pian piano… Eppure nella sua struttura armonica circolare la musica dei Baul torna, discende, scompare, risale e risplende. Come una ruota.
E quando, come questa volta, a distanza di anni ti ritrovi nel nero di un teatro, illuminato da strumenti e colori ti cattura di nuovo. Un nodo fra lo stomaco e il cuore che ti parla di bellezza e della tua anima.

Inarrestabile, densa di significati che non conoscerai mai, ma che ti porterà sempre nuovi frammenti di consapevolezza, di offerta, di cuore.

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