Tagore e i cantori nomadi Baul

Nel concerto dedicato a Rabindranath Tagore, fra le musiche composte dallo stesso scrittore, troviamo anche dei canti Baul, anche perchè, nel 20° secolo, fu proprio Tagore, con il suo grande amore per la bellezza e la verità, a riscoprire le canzoni Baul restituendo loro –ed ai loro interpreti- il giusto posto nella cultura indiana.

I Baul in origine (e molto spesso ancora oggi) erano cantori nomadi che vivevano di quel che veniva loro offerto in cambio dei canti e della musica. La filosofia di vita che li guida, però, è estremamente complessa e rivoluzionaria per un paese come l’India che, nonostante l’evoluzione degli ultimi decenni, mantiene la sua struttura tradizionalista . Questi cantori, infatti, da sempre possono essere sia uomini sia donne, anche se devoti non riconoscono alcuna norma, né casta, né scrittura, né luogo sacro ed accettano nella loro comunità persone di qualsiasi religione.

Loro stessi si dividono in induisti e musulmani (fokir) ma è normale che un Baul induista abbia un guru musulmano, oppure che un Baul muslmano canti canzoni provenienti dalla tradizione induista o cristiana.

La filosofia Baul si esprime prevalentemente attraverso le musiche ed i canti che hanno origini diverse: fra i più antichi ispiratori di canti Baul troviamo il poeta medievale Joy Deb, autore del Gitagovinda, il testo che racconta dell’amore segreto fra il dio Krishna e la pastorella Radha.

Nel cantare questa storia i Baul si identificano con la splendida Radha che rappresenta la ricerca e la realizzazione del vero amore e dell’unione con il divino. I Baul, infatti, credono nel culto di Maner Manus (letteralmente l’uomo del cuore), ovvero nella fioritura del proprio sé interiore: il divino, dunque, si trova all’interno dell’uomo stesso; il corpo è il suo tempio e anche il mezzo per raggiungere la perfezione diventando un solo essere con il supremo.

Un altro poeta che ha influenzato le canzoni Baul è stato Rama Prasad Sen (18° secolo) le cui semplici liriche, comprensibili descrizioni dell’uomo comune, dei suoi difetti e delle sue debolezze, hanno dato una nuova direzione alla musica Baul, ed i canti che ne sono derivati hanno catturato l’immaginazione del popolo bengalese.

La musica, il canto

I Baul vivono, meditano, dormono e muoiono nei loro canti, nella loro musica, nella loro danza.
Le canzoni Baul hanno due aspetti differenti: da un lato un tono speciale ed un particolare modo di presentazione, dall’altro un valore letterario e lirico.

Il tema centrale delle loro composizioni ha carattere devozionale ed un andamento che può essere sintetizzato in tre tipologie:

  1. la meta da raggiungere
  2. le difficoltà che si incontrano sul sentiero spirituale
  3. i suggerimenti per superare queste difficoltà.

Componendo su identiche tematiche, gli autori Baul sembrano voler focalizzare uno stesso orizzonte, anche se poi è quasi sempre la vita personale di ogni Baul a riflettersi nei canti. È infatti molto facile ascoltare due Baul cantare la stessa canzone in modo totalmente differente, eppure sia i cantanti, sia gli ascoltatori, si riconoscono attraverso la musica che racchiude in sé quelle idee e quegli insegnamenti che dovranno essere recepiti.

Questo tipo di comunicazione, che esiste solamente in questi canti, è completamente assente nelle altre tradizioni musicali indiane. Nella musica classica, ad esempio, c’è una relazione armoniosa fra i tempi, i toni particolari, i ritmi ed i raga. I canti Baul, invece, non sono altrettanto legati ad uno schema e possono essere cantati in ogni tempo (momento) e in ogni luogo.

Le musiche Baul sono spesso cantate secondo la disposizione musicale dei raga classici o sul tono del kirtan, ed accompagnate da strumenti etnici come l’ektara ad una sola corda (generalmente costruita con una zucca dalla quale parte un’impugnatura di legno) che serve come bordone, la ananda lahari (letteralmente onda della felicità) che è un tamburo a pizzico con due corde che vengono fatte vibrare con una sorta di plettro, il sarindi (simile ad un mandolino), il madal e gli altri tamburi tradizionali, ed il duggi, un piccolo tamburo rotondo che serve per scandire il ritmo.

Quando cantano i Baul induisti indossano una veste color zafferano oppure bianca,mentre i fokir usano portare una veste fatta di pezze multicolori: i lunghi capelli sono sciolti oppure nascosti in un turbante dello stesso colore del vestito; sulla fronte un segno simbolico tracciato con la pasta di sandalo.

Con una mano suonano il duggi econ l’altra puntano la ektara contro il cielo segno dell’estasi che proviene dall’essere uno solo con Dio. Alle caviglie annodano un grappolo di campanellini che, con il loro tintinnio, seguono i movimenti della danza che accompagna il canto di ogni Baul.

Apparentemente semplici ed improvvisati, i passi di questa danza sono in realtà complessi: la posizione di base è simile a quella del kathakali, mentre la rotazione delle anche ricorda la danza kathak, ma su tutto predomina l’influenza che i Sufi hanno avuto nei secoli passati sulla comunità Baul e che si manifesta nei vorticosi giri su se stessi simili alle piroette che portano i Dervisci all’estasi ed alla trance.

La donna Baul

Le donne Baul spesso cantano e danzano accompagnate dal semplice suono dei cimbalio di un tamburello che mette in risalto la purezza della voce.
Nomadi per vocazione e per scelta queste donne rappresentano una vera e propria eccezione nel sistema sociale indiano; esse, infatti, possono sposarsi più volte; spesso vivono sole nel villaggio dove sono ammirate e stimate; in moltissimi casi decidono di avere una piccola famiglia poichè il loro lavoro ha bisogno di una mobilità chetroppi figli non permetterebbe.

Nella filosofia Baul la donna riveste un ruolo importante: è lei che permette di scoprire la verità attraverso la conoscenza dei misteri del corpo e delle relazioni fra uomo e donna. Il corpo della donna è, per i Baul, la base della meditazione, della creazione e dell’ispirazione.

Il ruolo sociale

I Baul, sia uomini che donne, sono i consiglieri della popolazione del villaggio che si rivolge loro per raccontare i propri problemi. Spesso alle domande i Baul rispondono con i canti che, di volta in volta, parlano di integrazione nazionale, della futilità del sistema delle caste e dei rituali, del valore della disciplina mentale; oppure predicano gli insegnamenti spirituali indagando sulla natura di Dio e proponendo la questione della relazione dello spirito con i sensi.
Nelle loro canzoni, infatti, i Baul –criticando le maggiori incongruenze della vita ed inviando un ininterrotto messaggio di amore e di simpatia verso il genere umano- si sono da sempre proposti come mediatori nei contrasti tra i vari gruppi religiosi e di casta, con un’azione che non ha eguali nella storia della lotta di classe.

I Baul sono fatalisti nel loro approccio alla vita, credono nel destino ed hanno un profonda perspicacia per la psiche umana tanto che spesso i loro canti sono come un balsamo capace di alleviare le pene ed i dolori.

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